Nascita del progetto

a cura di Roberto Carnevali, Direttore/Preside della Scuola e Rappresentante Legale di Psiche S.r.l.

Il percorso che ha condotto al progetto di costituzione di una Scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata prende le mosse da alcune giornate di studio che hanno avuto luogo nel 2003 e 2004 nell’ambito del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano (oggi ASST Melegnano e Martesana), che è l’ente per cui lavoro come Psicologo Psicoterapeuta da gennaio del 1979. Con un altro psicologo del servizio, Alessandro Pratelli, ho curato l’organizzazione di queste giornate, e i lavori presentati hanno costituito l’asse portante di un libro uscito a cura mia e di Pratelli nel 2006, col titolo Pensare il gruppo – Fondamenti e pratica del lavoro di gruppo nel Dipartimento di Salute Mentale, ARPANet, Milano, 2006.

Al termine del primo ciclo di giornate ci siamo trovati, nella veste di comitato organizzativo, a proporre qualche considerazione conclusiva, e ciò che è stato da noi proposto come primo argomento di riflessione è stato il constatare come, a differenza di ciò che solitamente avviene nella maggior parte degli eventi culturali di questo tipo, ci fosse stato un vero confronto fra correnti di pensiero e modalità operative profondamente diverse le une dalle altre, senza peraltro atteggiamenti polemici o chiusure pregiudiziali da parte di chicchessia. Al tempo stesso l’uditorio aveva seguito con attenzione e interesse, e anche i relatori che portavano le proprie teorie di riferimento e la descrizione del proprio modus operandi avevano poi seguito con curiosità e partecipazione le relazioni dei colleghi di altre “parrocchie”.

In un lavoro pubblicato nel libro a firma mia e di Pratelli portavamo queste considerazioni:

Si è trattato in fondo di un’esperienza rara, proprio per la possibilità di confronto che c’è stata, e per ciò che questo ha fondato in termini progettuali. […] ciò che abbiamo potuto rilevare dalle nostre giornate di studio è stato un desiderio da parte di tutti gli operatori di rinforzare la dimensione di scambio e di collaborazione sia all’interno di ciascuna équipe sia nell’ambito dell’équipe allargata che comprende tutti gli operatori del servizio. In questo senso ci sembra che si debba andare al di là di una tecnica specifica, e cercare una modalità di confronto nella quale l’elemento basilare sia proprio il rispetto della differenza, con il superamento dell’idea che la tecnica che ciascuno applica sia la migliore e quella in grado di gettare luce sulle altre. E qui quello di noi che ha una formazione psicoanalitica [il sottoscritto] sente la necessità di porsi, come peraltro ha sottolineato in più di un’occasione nelle pagine di questo stesso volume, in una prospettiva fortemente critica nei confronti di un atteggiamento molto diffuso tra gli psicoanalisti, che è quello di ritenere che la “griglia” psicoanalitica possa essere utilizzata come strumento di lettura di livello superiore rispetto alle altre tecniche e teorizzazioni, in particolare in ambito istituzionale, facendo diventare la psicoanalisi nell’istituzione psicoanalisi dell’istituzione. Naturalmente la prospettiva si mantiene fortemente critica anche nei confronti di altre chiavi di lettura che volessero arrogarsi il diritto di porsi in una dimensione privilegiata, e di collocarsi a un livello più elevato “interpretando” le tecniche altrui secondo i propri criteri. Parafrasando un tema centrale in uno dei contributi presenti in questo volume[1], possiamo rilevare che la fecondità della funzione diabolica sta proprio nel non partire dal presupposto di possedere una verità rivelata, ma al contrario dal ritenere che l’impatto col “diverso”, se ci si dà la possibilità di accoglierlo in noi e di metterlo a confronto col “già noto” rassicurante, può portare a un amplificarsi del processo di conoscenza dell’altro e di noi stessi, e indurci a percorrere strade nuove anche solo leggermente diverse, o anche a mantenerci su quelle che già conosciamo con qualche consapevolezza in più, in una visione di mondo comunque amplificata.

da Carnevali R., Pratelli A., “Il confronto nella differenza come strumento di lavoro”, in Carnevali R., Pratelli A. (a cura di), Pensare il gruppo, cit..

Alla luce di questa preziosa esperienza ho riconcepito il mio lavoro nell’Unità Operativa Psichiatrica ponendo particolare cura nei confronti del lavoro d’équipe, e intensificando il confronto e lo scambio sia con i colleghi psicologi di altra formazione teorica, sia con le altre figure professionali che compongono l’équipe.

Nell’anno di uscita del libro cominciai a svolgere la funzione di tutor per alcuni tirocinanti di Scuole di Psicoterapia, e il fatto che provenissero da Scuole di vari orientamenti non rappresentò fin dall’inizio un limite, ma al contrario una risorsa. Visto che da molti anni (per l’esattezza dal 1983) conduco, nell’ambito del CPS, gruppi terapeutici ad orientamento gruppoanalitico con pazienti psichiatrici, ho pensato di offrire ai tirocinanti l’occasione di partecipare a questi gruppi, invitandoli a proporre delle riflessioni basate su un confronto fra i fondamenti teorici della loro scuola di appartenenza e l’applicazione di uno stile di conduzione di gruppi fondato sui princìpi della gruppoanalisi.

Ebbi modo di constatare che anche per i tirocinanti l’appartenenza a scuole che non avevano una teoria specifica di riferimento che potesse immediatamente essere messa a confronto col metodo gruppoanalitico non rappresentava un impedimento alla riflessione; anzi, le differenze di fondo dei loro approcci teorici diventavano spunti per osservare da vertici diversi un modus operandi che veniva a delinearsi in modo sempre più configurato, favorendo l’emergere di punti di convergenza e di divergenza fra le teorie che arricchivano non solo gli aspiranti terapeuti in formazione, ma anche il formatore.

Nel 2009, con un’altra psicologa che lavorava in ambito istituzionale, Nadia Tagliaferri, ho curato il volume L’esordio psicotico – Approcci clinici a confronto, ARPANet, Milano, 2009, che prendeva origine da una giornata di studio organizzata dalla Società Italiana di Psicologia Clinica e Psicoterapia, incentrata sul tema, per l’appunto, dell’esordio psicotico. Il libro contiene un contributo di Marcel Sassolas, che aprì i lavori della giornata con una relazione magistrale nella quale descriveva il suo lavoro in istituzione psichiatrica, che si declinava in un approccio integrato dove varie figure professionali e vari approcci clinici e metodologici articolavano interventi complessi la cui efficacia risiedeva proprio nel coordinamento del lavoro dei vari operatori dell’équipe, convergente verso un progetto concordato e condiviso. Anche a questo volume hanno collaborato autori di vari orientamenti teorici, accomunati dall’avere una lunga esperienza di lavoro in équipe.

Nel corso della mia formazione permanente, ho avuto l’occasione di entrare in contatto con altri approcci teorici e clinici che, pur non essendo ancora applicati nel mio servizio, prendevano corpo nel panorama culturale e operativo relativamente al trattamento del disagio psichico.

Un primo ambito che ho esplorato è stato quello della Mindfulness, e più in generale delle discipline mutuate dalle pratiche meditative fondate sulle filosofie e religioni orientali, principalmente il Buddhismo. L’incontro con Gherardo Amadei e Anthony Molino mi ha stimolato ad approfondire queste tematiche, arrivando, nel 2010, alla produzione di un libro, Tra sogni del Budda e risvegli di Freud – Esplorazioni in Psicoanalisi e Buddismo, Arpanet, Milano, 2010, a cura di Anthony Molino e mia, contenente, tra gli altri, un contributo di Gherardo Amadei e uno mio intitolato “Amae e il Buddismo in occidente”. Questo libro, con qualche modifica, uscì anche negli Stati Uniti per la Jason Aronson, col titolo Crossroads in Psychoanalysis, Buddhism and Mindfulness – The Word and the Breath, Jason Aronson, Lanham, 2014, a cura, oltre che di Anthony Molino e mia, anche di Alessandro Giannandrea. A questo libro ha collaborato anche Michela Morgana, che, avendo letto Tra sogni del Budda… aveva presentato alla casa editrice Arpanet (nella quale ero io a selezionare i libri di argomento psicologico per la pubblicazione) un suo saggio, intitolato Il fango e il loto (Morgana M., Il fango e il loto – Piccolo prontuario di riflessioni psico-buddhiste ad uso quotidiano, ARPANet, Milano, 2011) che venne pubblicato dando inizio a una collaborazione che tuttora è in atto.

Un altro ambito nel quale ho mantenuto vivo il mio interesse integrandolo nella mia formazione permanente è quello della terapia sistemica, con gli sviluppi che, dalle origini a oggi, ha avuto nella teoria e nella clinica. La costante frequentazione di Riccardo Canova, formatore e terapeuta in tale ambito, che ha seguito e promosso vari sviluppi della terapia sistemica, mi ha portato ad avvicinarmi alla Terapia Multifamiliare, al Dialogo Aperto e all’NVR (Risposta Non Violenta alla violenza). Ho seguito il corso base di Terapia Multifamiliare tenuto dal dott. Canova con la partecipazione di Eia Asen, ho partecipato a un Seminario tenuto da Jaako Seikkula (finlandese, creatore del metodo denominato Dialogo Aperto) e ho da poco aperto una collaborazione con lo stesso Riccardo Canova per applicare la tecnica NVR ai gruppi.

Chiaramente lo sviluppo di questi interessi non mi ha portato ad abbandonare il metodo gruppoanalitico e la teoria che ne è alla base, ma a rileggere, sia nella chiave interpretativa che nella prassi operativa, l’approccio terapeutico al quale mi sono formato, compiendo un lavoro di integrazione sia a livello dell’introdurre nuovi elementi mutuati da altre teorie e tecniche nel mio lavoro clinico, sia ad ascoltare in modo più aperto e possibilista le riflessioni e considerazioni con le quali mi confronto quotidianamente, a vari livelli paralleli, nel lavoro istituzionale.

Nel 2010 ho dato l’avvio, nell’ambito delle attività del Centro Studi e Ricerche della COIRAG (del quale Centro sono stato Direttore dal 2014 al 2017), a una ricerca che dava una forma più compiuta al lavoro con i tirocinanti che partecipavano ai miei gruppi terapeutici. Ho invitato ciascuno di loro (estendendo l’invito anche a quelli che già avevano concluso ma che, se volevano, potevano partecipare ricostruendo retroattivamente il loro percorso) ad esprimere in un elaborato le proprie considerazioni mettendo a confronto ciò che apprendevano nella loro formazione nella Scuola di Specializzazione con il metodo di conduzione di gruppo a cui avevano partecipato, a volte anche attivamente e per un tempo superiore ai dodici mesi. Quest’esperienza, che ha avuto come esito un libro a mia cura uscito nel 2016 come Quaderno n. 19 del CSR COIRAG, (Carnevali R.–a cura di–Modelli formativi e pratica clinica a confronto, Quaderno report n. 19 del Centro Studi e Ricerche della COIRAG, Arpanet, Milano, 2016) mi ha offerto lo spunto definitivo per pensare di poter dare vita a una Scuola di Specializzazione in Psicoterapia che si fondasse su un approccio relazionale in una prospettiva integrata. Riporto uno stralcio dell’introduzione e delle considerazioni conclusive, che ho intitolato “Lo spirito della ricerca”, attraverso il quale risulta comprensibile il contributo dato, in senso metodologico, dallo sviluppo di questa ricerca.

Quando ho dato il via a questa ricerca, non immaginavo quale sarebbe stato il mio percorso nel Centro Studi e Ricerche della COIRAG, né avevo ben chiaro come sarebbe stato lo svilupparsi di ciò cui avevo dato vita. Lo spirito che mi animava aveva dei contorni indefiniti, tracciati dalla curiosità, dalla voglia di sperimentare e da una passione mai sopìta per il lavoro che faccio, che mi spinge a ricercare nuove vie per conoscere, per capire e per imparare, attraverso il rinnovare e rinnovarsi.

Le strade del diavolo, come si sa, sono lastricate di buone intenzioni, e i percorsi della mente e del cuore a volte si intrecciano in matasse che nel tempo possono diventare sempre più difficili da dipanare. Di metafora in metafora, posso dire che nel corso degli anni il progetto iniziale si è via via trasformato, e quello che all’inizio voleva essere un confronto metodologico fra varie teorie e prassi operative è diventato un percorso complesso dove si giocano vari aspetti che non possono essere separati, né facilmente identificati.

da “Introduzione”, in Carnevali R. (a cura di), Modelli formativi e pratica clinica a confronto, Quaderno report n. 19 del Centro Studi e Ricerche della COIRAG, Arpanet, Milano, 2016

Questa sarà una ricerca feconda se riuscirà nello scopo di promuovere altre ricerche analoghe, nelle quali il confine tra chi insegna e chi apprende diventi sempre più sfumato, e nel quale il re che viene visto nudo veda, nel bambino che lo vede tale, un alleato che gli dà modo di decidere se, come e quando rivestirsi, facendo della propria e altrui nudità un continuo stimolo trasformativo.

da “Lo spirito della ricerca”, in Carnevali R. (a cura di), Modelli formativi e pratica clinica a confronto, cit.

Lo stimolo dato dal confronto emerso nella ricerca ha dato modo di poter articolare, all’interno del CPS in cui lavoro, interventi complessi dove a partire dai casi clinici si sono sviluppati ulteriori interventi che hanno coinvolto, oltre al sottoscritto, terapeuti in formazione che applicano metodologie diverse che, coordinate intorno a un progetto terapeutico, hanno dato buoni risultati, documentati anche in lavori presentati a congressi [2].

Ciò che mi ha permesso di dare corpo all’idea di creare una Scuola di Specializzazione è stato l’incontro col Centro Psiche e Soma di Pioltello, nel quale la prospettiva integrata è una realtà già messa in atto in forma compiuta. Nella collaborazione avviata dal 2017 ho potuto constatare come anche in un centro privato sia possibile applicare una logica istituzionale fondata sul confronto e sulla complementarietà di vari approcci terapeutici, che possono convergere intorno a un progetto condiviso. Nel confronto con gli operatori del Centro Psiche e Soma ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’approccio Cognitivo Costruzionista, che già avevo avuto modo di conoscere e apprezzare avendo avuto Saverio Ruberti come Supervisore dell’équipe del Servizio Psichiatrico per cui lavoro. Anche in quel caso ho potuto constatare che la mia appartenenza a un percorso formativo, quello Gruppoanalitico, diverso da quello del Supervisore, Cognitivo Costruttivista, non mi ha impedito di giovarmi dei rilievi emersi in supervisione, e ho potuto constatare fin da subito l’instaurarsi fra noi di un’intesa ricca e feconda.

Ho voluto tracciare questo percorso, rischiando un’eccesiva autoreferenzialità, per documentare le basi su cui si fonda il progetto della Scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata. Posso aggiungere che il corpo docente è stato da me composto scegliendo tra le persone che, in più di quarant’anni di lavoro, ho incontrato sul mio percorso, quelle con le quali ho trovato una sintonia che può fondare le basi per un confronto veramente integrato nel quale ciascuno possa portare i proprio contributo creativo in funzione di una formazione permanente che arricchisca chi viene formato e anche il formatore.

Si presenta qui di seguito una breve descrizione, all’interno dei tre approcci fondamentali su cui si fonda l’integrazione, quello Psicodinamico, quello Cognitivista e quello Sistemico, di quattro orientamenti teorico-clinici fondamentali nella proposta della Scuola, due (quello psicoanalitico della relazione e quello gruppoanalitico) dell’ambito psicodinamico, e uno per ciascuno degli altri due ambiti. Tali orientamenti non esauriscono la proposta formativa della Scuola in relazione ai tre approcci fondamentali; vengono proposti come esempi significativi e rappresentativi della traccia formativa offerta agli allievi.

Approccio Psicodinamico

Psicoanalisi della Relazione

La Psicoanalisi della Relazione nasce dal pensiero di teorici italiani tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 (tra cui ricordiamo i nomi di Michele Minolli, Daniela De Robertis e Maria Luisa Tricoli), concretizzatosi successivamente nella costituzione della SIPRe – Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione. Tale filone emerge nel panorama psicoanalitico parallelamente a quello relazionale americano, tradizionalmente identificabile nella figura di Stephen Mitchell. L’essere umano, l’Io-soggetto (Minolli, 2009, 2015) è pensato come un sistema complesso (con riferimento alla Teoria dei sistemi complessi non lineari di Sander), dunque un sistema chiuso e contemporaneamente aperto all’esterno, che si auto-eco organizza: ciò significa che si pone in funzione di una sua coerenza, che è simultaneamente anche coerenza con l’ambiente con cui interagisce.

Tale approccio dà particolare rilievo alla persona nella sua totalità e soprattutto nel pieno rispetto di ciò che essa è, senza categorie che incasellino il soggetto in una dimensione di normalità o patologia. L’idea di fondo è che ogni essere umano, in qualsiasi momento del proprio processo di vita, adotti le proprie soluzioni, senza dubbio le migliori che ha trovato, per poter stare in piedi. Queste, a volte, possono comportare compromessi molto costosi, che portano la persona a stare male (la patologia è intesa in questi termini). L’ipotesi è che la sofferenza si origini e abbia a che fare con le relazioni che il soggetto intrattiene.

Psicoanalisi della Relazione però non significa solo questo, ma anche che il focus è posto sulla relazione co-costruita tra paziente e terapeuta. Distaccandosi enormemente dalla concezione psicoanalitica ortodossa, in tale prospettiva il rapporto paziente/analista non viene più pensato “a senso unico” né, quindi, in una prospettiva oggettivante del paziente. Tra questi si instaura una relazione “alla pari” dove poter esplorare i significati di ciò che accade e dove entrambi sono concepiti come depositari di significati; paziente e analista interagiscono entrambi in base a ciò che ciascuno soggettivamente è. La relazione analitica è interazione di soggettività.

Il terapeuta non conosce il paziente più di quanto quest’ultimo conosca se stesso, ma egli è semplicemente un professionista, un “essere umano”, competente rispetto ai processi psicologici e soprattutto allenato ad avere uno sguardo costante sui propri processi e schemi relazionali. Egli aiuta la persona che a lui si rivolge a fare altrettanto, mettendosi in gioco in prima persona, all’occasione di ogni nuovo incontro. Ogni analista si pone infatti nella relazione in funzione di ciò che di fatto è: dallo scegliere che cosa dire e quando, dal tono della voce ai silenzi, tutto nel rapporto con il suo interlocutore rivela la globalità della sua soggettività. Un concetto basilare è che l’esperienza di un’interazione onesta e chiara metta in rapporto con se stessi e con l’altro.

Viene da sé, date queste premesse, che il focus dell’intervento non sia più il passato, ma quanto accade nel presente dell’interazione analitica, laddove l’interazione diventa meta-interazione. L’Io-soggetto, in quanto essere umano, per la sua capacità riflessiva, è capace di meta-interazione, la quale non è tuttavia né verbale né cognitiva; non passa, cioè, per l’auto-riflessività intesa come sapere su sé e/o sull’altro, bensì è contatto, appropriazione dello stato presente: solo allora il soggetto può guardare al futuro. Per dirla con le parole di Michele Minolli, la metà-interazione non è altro che Presenza a se stessi ed è questa a interessare il lavoro della diade analitica.

Il conflitto, secondo la Psicoanalisi della Relazione, si situa tra relazioni storiche e relazioni possibili, tra la rigida ripetizione delle modalità storiche e un nuovo spazio possibile di modalità diverse, più egosintoniche e “autentiche”.

La Psicoanalisi della Relazione, facendo propri concetti della scuola sistemica, attingendo alle scoperte dell’Infant Research (Beebe, Jaffe, Lachmann, Stern, Tronick, ecc.) e muovendosi all’interno del Paradigma della Complessità, ben si presta a entrare in dialogo con altri orientamenti psicoterapeutici (costruttivisti, sistemici ecc.), in un’ottica d’integrazione estremamente proficua e in linea con gli sviluppi più recenti nell’ambito della psicologia e della psicoterapia.

Gruppoanalisi

Il termine “gruppoanalisi” venne coniato da S. H. Foulkes (v. La psicoterapia gruppoanalitica, Astrolabio, Roma, 1977), e designa, nella rielaborazione fatta da Diego Napolitani, non solo un certo tipo di analisi di gruppo, ma anche una forma di analisi individuale che si basa su una prospettiva relazionale. Concetto fondamentale è quello di “gruppalità interna”.

Con l’espressione “gruppalità interna” si intende un insieme di matrici internalizzate da un soggetto, che lo rendono portatore al suo interno di un “gruppo”, inteso come insieme di modalità relazionali privilegiate in quanto di pertinenza del sistema relazionale originario. Per una definizione approfondita v. “Glossario” in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, vol. IV N. 1-2, Ottobre 1989.

Altri due concetti fondamentali sono quello di “matrice” e di “immaginario”, intesi in un significato peculiare al pensiero gruppoanalitico.

Il termine “matrice” fu coniato da Foulkes per definire gli elementi caratterizzanti un mondo originario, che si inscrivono in un soggetto determinandone le modalità di relazione nei vari contesti in cui verrà a trovarsi. Per una definizione approfondita v. “Glossario” in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, cit.

La parola “immaginario”, che assume in vari contesti significati a volte anche radicalmente diversi, in gruppoanalisi viene usata in un’accezione specifica, che configura un mondo genitoriale costellato di rappresentazioni prescrittive che inscrivono un soggetto in una dimensione inautentica, espropriandolo della sua soggettività. In particolare nel rapporto fra analista e paziente viene definita immaginaria la dimensione nella quale si sviluppa la relazione transferale.

Napolitani differenzia l’“identico” dall’“autentico” definendo col primo termine tutto ciò che è tendente ad omologare un soggetto al gruppo di appartenenza, e col secondo l’insieme di caratteristiche peculiari costituenti la soggettività nel suo esprimersi liberamente.

Napolitani distingue un pensiero “riflessivo” da uno “riflettente” basandosi sulle due accezioni del termine “riflettere”, inteso come un pensare creativamente o come un riproporre immagini (il riflettere dello specchio) – si noti che in francese si hanno due termini distinti: “reflechir” e “reflecter”–. Il pensiero riflettente è quello di chi, invaso da un immaginario altrui, ripropone senza trasformazioni le idee che abitano tale mondo; riflettente è ad esempio l’applicazione pedissequa di una teoria, in nome dell’autorità di chi l’ha elaborata. Il pensiero riflessivo è invece quello che si caratterizza in un pensiero creativo che esprime l’autenticità del soggetto, che si affranca dalla dimensione immaginaria in cui è inscritto dal desiderio prescrittivo che proviene dal mondo originario.

Approccio cognitivo

Costruttivismo

Il Costruttivismo nasce intorno agli anni ’50; è un approccio teorico fondato sulla comprensione della struttura e della dinamica del sistema di significati soggettivi di ognuno.

I significati personali guidano la lettura del mondo. La nostra organizzazione di significati personali costituisce un sistema interno chiuso, attorno al quale evolve un sistema esterno di conoscenze aperto, che riorganizza e riconferma in modo circolare ed autoreferenziale, il sistema chiuso.

L’iniziatore del costruttivismo può essere considerato lo psicologo statunitense George Kelly, e oltre a lui possono essere considerati padri “moderni” del costruttivismo George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick e Lev Vygotskij.

Secondo l’epistemologia costruttivista “imparare” non significa apprendere la “vera” natura delle cose, possedere cioè una fotografica ed oggettiva “rappresentazione” del mondo esterno.

La realtà, in quanto oggetto della nostra conoscenza, sarebbe dunque creata dal nostro continuo “fare esperienza” di essa.

La “costruzione” si poggia quindi su mappe cognitive che servono agli individui per orientarsi e costruire le proprie interpretazioni.

L’ambiente in quest’ottica cessa d’essere luogo denso di “informazioni” precostituite all’esterno, da “trarre” o “raccogliere”, per divenire luogo di esperienza, che offre diverse possibilità ed opportunità di costruire informazioni e conoscenze.

In sintesi, comprendiamo il mondo attraverso la costruzione di concetti e categorie che lo organizzano, in parte li adattiamo per renderli compatibili con quelli degli altri, e in questa operazione veniamo guidati e contemporaneamente limitati dagli strumenti culturali che abbiamo a disposizione.

La conoscenza è individuale, in questo senso non è possibile condividere completamente il significato che si attribuisce ad un concetto in quanto colorito dall’esperienza personale, ma attraverso la comunicazione concordiamo con l’interlocutore quali aree di significato di quel concetto sono compatibili con l’esperienza comune.

L’approccio terapeutico costruttivista prevede quindi una “co-costruzione” di significati, in una relazione asimmetrica di aiuto in cui il terapeuta non è depositario di alcuna verità assoluta o determinata, ma rappresenta per l’interlocutore un “perturbatore strategicamente orientato”.

La conoscenza non è che una forma di adattamento, e il mondo che la mente organizza corrisponde al mondo delle esperienze pratiche dell’individuo, alla propria euristica personale.

Siamo il miglior adattamento a ciò che viviamo.

La consapevolezza relativa ai significati soggettivi sottostanti la conoscenza del mondo esterno può “spezzare le catene” di molte ricorsività e “profezie che si autoavverano”.

La teoria della mente dell’approccio costruttivista si fonda sulla teoria degli stili di attaccamento di Bowlby e Ainsworth, suddivisi sulla base della sicurezza/insicurezza oppure sulla base dell’organizzazione/disorganizzazione.

Attualmente, i principali esponenti Italiani del Costruttivismo sono: Vittorio Guidano, Giovanni Liotti, Giorgio Franco, Augusto Rezzonico e Saverio Ruberti.

Approccio sistemico

Terapia multifamiliare

L’approccio è basato sul lavoro clinico con famiglie multi-problematiche, ideato a metà degli anni ’70 nel Marlborough Family Service di Londra da Alan Cooklin, e successivamente da Eia Asen. Queste famiglie tendevano a presentare non solo problemi psicologici, ma anche problemi di natura sociale ed educativa, e sopratutto violenza all’interno della famiglia. Per affrontare questi molteplici problemi, reti complesse di professionisti si occupavano di queste famiglie. Il lavoro clinico con queste famiglie problematiche si attua in uno specifico setting diurno multifamiliare, con 6- 8 famiglie che partecipano contemporaneamente per intere giornate o settimane. Alcuni bambini sono stati sottratti ai loro genitori e messi in affido, per altri è stata riconosciuta una situazione di rischio di danni significativi ma rimangono con i genitori. Che il bambino abiti con il genitore o no, partecipa insieme ai genitori e altre famiglie, e il lavoro offerto è progettato per permettere alle famiglie di essere viste in contesti vari e molteplici. Si ricostruiscono situazioni di vita reale intorno a temi quotidiani, permettendo l’osservazione di schemi e di interazioni familiari problematici. Inoltre, si può aiutare le famiglie ad affrontare questi problemi, trovando soluzioni alle difficoltà abituali e riducendo la violenza intrafamiliare.

Le famiglie si aiutano a sperimentare e a trovare nuove soluzioni, condividendo idee e consigli, e offrendo feedback all’interno del gruppo dei pari. Essere solo una delle tante famiglie, in situazioni molto simili, è generalmente un’occasione unica per le famiglie che partecipano al setting familiare diurno, e questo fatto tende a ridurre sentimenti di emarginazione sociale e di stigmatizzazione. Questo permette alle famiglie di essere meno difese e più aperte ad esplorare le possibilità di cambiamento.

Si spostano da una posizione passiva ad una più attiva, in quanto possono aiutare altre famiglie, e certi temi “rischiosi” possono essere affrontati al sicuro nel setting di gruppo.

La MFT combina i principi e le pratiche della Terapia Familiare Sistemica con quelli della Terapia di Gruppo. Nella Terapia di Gruppo, sostegno reciproco e critiche costruttive, giochi di ruolo e feedback sono aspetti importanti del metodo, così come il riconoscimento che la sofferenza non è un’esperienza isolata e che altre persone possono vivere in circostanze analoghe. Tuttavia ci sono alcune importanti pratiche e principi che sono specifici dei gruppi multifamiliari poiché le loro dinamiche sono in qualche modo molto diverse da altri gruppi, e in parte emergono dalla combinazione di idee di Terapia Sistemica e di gruppo che porta a un diverso modo di concettualizzare i problemi di confine all’interno del gruppo e “intorno” al gruppo.

L’obiettivo generale della Terapia Multifamiliare (MFT), da anni connessa alla Terapia Basata sulla Mentalizzazione (MBT), è di incrementare le capacità di mentalizzare da parte di tutti i membri della famiglia e, in particolare, quando si tratta di problematiche relative alla genitorialità, quelle dei genitori. Per mentalizzazione intendiamo la capacità di “tenere a mente la mente propria e quella altrui”. In altre parole, la capacità di “rappresentarsi internamente gli stati mentali, riferiti a sé stessi e agli altri” o, se si preferisce, “la capacità di vedere sé stessi dall’esterno e gli altri dall’interno”.

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[1] Carnevali R. “L’analista in gruppo tra ‘diabolico’ e ‘simbolico’. Uso del setting gruppale in ambito istituzionale”, In Pensare il gruppo, cit.

[2] v. ad es. Al Congresso COIRAG 2017 – LA VIOLENZA NEI E DEI LEGAMI, Torino – Sermig – 19-20 maggio 2017, R. Carnevali, A. Micheloni, A. Genta, V. Bubba, S. De Carli e C. Reccagni, poster intirolato: “Approccio integrato in psichiatria. Un esempio di risposta non violenta alla violenza familiare.”