Relazione comprovante la validità dell’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola di Psicoterapia della Relazione (SPR)

Relazione comprovante la validità dell’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola di Psicoterapia della Relazione (SPR), evidenze scientifiche che dimostrano la sua efficacia e tradizione scientifica cui tale indirizzo fa riferimento, con elencazione delle relative pubblicazioni.

a cura di Roberto Carnevali (Direttore e Rappresentante Legale), con la collaborazione dei Docenti della Scuola.

 

INTRODUZIONE 

La Scuola di Specializzazione in Psicoterapia denominata “Scuola di Psicoterapia della Relazione (SPR)” è articolata su quattro anni accademici secondo la normativa di legge.

L’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola si sviluppa attorno al modello della Psicoterapia della Relazione di matrice scientifica, partendo da una base comune di matrice relazionale.

Riteniamo che il modello che proponiamo sia ben definito incentrandolo sugli aspetti relazionali presenti nei vari approcci in cui si declina la prassi psicoterapeutica del nostro processo formativo.

La Scuola si caratterizza nella formazione ad una terapia “centrata sulla relazione”, in cui il presupposto sia, sul piano teorico, metodologico e applicativo, la relazione come elemento fondante della persona umana. Si curerà inoltre in modo particolare di formare gli psicoterapeuti a saper elaborare interventi complessi e sinergici, sapendo individuare le modalità di intervento più adatte alla complessità dei casi clinici, all’interno di interventi che comportino lavoro d’équipe e/o di rete in collaborazione con altre figure professionali e/o servizi territoriali.

 

SASB E IRT

Un sistema di analisi che si sposa con l’intento di creare un modello di psicoterapia fondato sulla relazione come base per la strutturazione psichica è la SASB (Structural Analysis of Social Behavior), elaborato da Lorna Benjamin per la misurazione degli stili del funzionamento interpersonale.

La dottoressa Benjamin sviluppa il suo modello a partire dalla necessità di portare la psicoterapia ad essere una disciplina scientifica. La sua formazione avviene in un periodo storico intriso di cultura Psicoanalitica, con  la scuola delle relazioni oggettuali; nel suo percorso accademico si trova a collaborare con Harlow, conosce ed apprezza Bowlby, svolge un periodo di supervisione con Carl Rogers.

Nel modello SASB il ruolo dell’attaccamento nello sviluppo psichico è fondamentale, così come lo è la differenziazione. Elaborando i contributi teorici di Bowlby, Sullivan e della Mahler e integrandoli con i modelli di Psicologia Sociale che descrivono il comportamento umano di Leary e Schaefer, la Benjamin arriva a formulare un modello di analisi del comportamento sociale e di comprensione delle modalità relazionali attraverso una descrizione operativa dei modelli interpersonali e del loro impatto sul sé. La SASB è un modello relazionale delle interazioni sociali empiricamente verificato.

Paolo Migone, in un articolo comparso su Il Ruolo Terapeutico, e riportato su Psychomedia, parla della SASB sottolineando come la base concettuale sia vasta e attinga non solo alla Psicoanalisi ma anche ad altri orientamenti teorici.

La base concettuale della SASB è vasta: a parte tutta la tradizione psicoanalitica, vi sono strette derivazioni da Sullivan (si pensi agli “introietti” delle figure parentali), a Murray(l’importante psicologo americano, uno dei maestri di Holt, che inventò il TAT, e che fu anche l’ispiratore del CCRT di Luborsky), ad anche vari autori di tradizione non dinamica, come Eysenck e altri. Come tante scale di valutazione, la SASB si propone di essere ateorica, cioè di poter essere utilizzata indipendentemente dall’orientamento teorico dell’esaminatore. Alla valutazione si può arrivare sia tramite un questionario autosomministrato, sia tramite una scala di valutazione del comportamento (in vivo, videoregistrato, ecc.), o tramite l’esame di dialoghi trascritti.[1]

Per la Benjamin le relazioni del primo periodo di vita pongono le basi su cui si fonda sia il modello relazionale portato avanti nella vita adulta siala strutturazione intrapsichica attraverso la quale l’individuo dàsenso e si relaziona al mondo e a se stesso. Rifacendosi alle teorie di Bowlby, la Benjamin considera l’individuo dotato di una spinta innata al mantenimento di legami di vicinanza psichica avvertiti come sicuri con le figure di accudimento. Il mantenimento di questi legami genera nel bambino una base sicura che permette l’esplorazione e gradualmente l’individuazione. Attraverso la relazione con l’altro significativo il bambino configura le sue modalità di gestione di sé e di relazione;per la Benjamin, inoltre,c’è un collegamento tra i processi interpersonali e la formazione della struttura intrapsichica, come avremo modo di specificare con la descrizione dei modelli SASB e IRT.

In alcuni casi lo sviluppo non procede in maniera equilibrata nell’alternarsi di attaccamento ed esplorazione, dipendenza ed individuazione;ciò è alla base della psicopatologia. Nel modello IRT (Interpersonal Reconstructive Therapy), che descriveremo ampiamente più avanti, il mantenimento di modalità disfunzionali vede come principio fondante il “dono d’amore” ossia la visione del sintomo come strategia per mantenere la vicinanza psichica delle figure di riferimento denominate IPIR (Important Persons and their Internalized Representations). La base del disagio psichico, per la Benjamin, sarebbe quindi di natura relazionale.

A partire dai modelli sopracitati, la SASB si compone di tre dimensioni, il Focus, L’Affiliazione, l’Interdipendenza, articolate in una serie di tre piani cartesiani bidimensionali. Ogni piano bidimensionale rappresenta una focalizzazione diversa: L’Altro, il Sé, L’Introietto. Queste tre focalizzazioni rappresentano la prima dimensione del modello, il Focus, una dimensione relazionale che ha a che fare con il modo di porsi propositivo, richiedente e con l’introiezione di modalità di relazione con se stessi.

La seconda dimensione è l’affiliazione, che è rappresentata nei tre piani dall’ascissa di ciascun piano e varia dall’estremo ostile a quello benevolo, dall’odio all’amore. La denominazione varia nei tre piani a seconda del focus. Il focus Altro avrà all’estremo ostile ATTACCARE e all’estremo benevolo AMORE ATTIVO, il focus Sé avrà RITIRARSI vs AMORE REATTIVO, il focus Introietto ATTACCARE SÉ vs AMORE ATTIVO DI SÉ.

La terza dimensione è l’interdipendenza, rappresentata nei tre piani dall’ordinata di ciascun piano, che diviene DARE AUTONOMIA (emancipare) vs CONTROLLARE nella dimensione focalizzata sull’Altro, SEPARARSI vs SOTTOMETTERSI nella focalizzazione Sé, EMANCIPARSI (lasciarsi essere) vs CONTROLLARE SÉ nella focalizzazione Introietto.

Le tre superfici della SASB vengono rappresentate a tre livelli di complessità.

Il MODELLO COMPLETO presenta per ogni superficie una descrizione più dettagliata dei comportamenti prototipici codificabili.

 

IL MODELLO A QUADRANTE, propone sinteticamente la relazione tra le dimensioni di affiliazione e interdipendenza per ognuna delle superfici relative alle tre diverse focalizzazioni relazionali.

 

 

Il Modello a otto cluster semplificato offre una complessità ridotta, differenziando tra i comportamenti prototipici relativi a ciascun quadrante delle tre superfici senza dettagliare, permettendo una migliore agilità nell’utilizzo e nella comprensione.

Le tre superfici del modello SASB a cluster semplificato. Il carattere neretto è per le azioni dirette all’altro, il carattere sottolineato è per le reazioni del soggetto di fronte alle azioni dell’altro ed il carattere corsivo è per descrivere le modalità con cui una persona tratta se stessa così come è stata trattata. I poli delle due dimensioni (orizzontale quello dell’affiliazione e verticale quello dell’interdipendenza) compaiono sugli estremi dei due assi (Fonte: Benjamin, 1996, adattato da Benjamin, 1987a).

Ogni superficie rappresenta una posizione relazionale che l’individuo può assumere all’interno di una interazione con l’altro o con se stesso, ne deriva che l’incontro relazionale può essere descritto dalle posizioni assunte dagli interlocutori rispetto alle tre dimensioni della SASB. Ciò ha permesso di delineare dei principi osservativi e predittivi per definire le probabili posizioni intrapsichiche ed interpersonali.

I principi predittivi sono LA COMPLEMENTARIETÀ, L’INTROIEZIONE, L’OPPOSIZIONE, LA SOMIGLIANZA, L’ANTITESI.

Le dimensioni della SASB insieme ai principi predittivi compongono un modello che consente attraverso l’osservazione o la somministrazione di questionari di descrivere le modalità relazionali della persona, ipotizzarne l’origine e configurare la migliore posizione che il terapeuta può assumere per favorire il cambiamento.

Nel libro Il paradigma celato[2], Gherardo Amadei scrive della SASB, concludendo la descrizione del metodo con queste Considerazioni finali:

La SASB fornisce consistenza interna a un sistema teorico per lo studio della psicoterapia ad orientamento psicodinamico, ma può essere anche visto come un linguaggio descrittivo, a basso livello d’inferenzialità teorica, del comportamento interpersonale, utile per l’esplorazione di fattori comuni, ad esempio in termini di fattori terapeutici, rispetto a diversi orientamenti, come quelli cognitivi o sistemici. La SASB può dunque fornire un linguaggio comune per indagare similarità e specificità di differenti modelli teorico/clinici. L’interesse di fondo non è quello di promuovere ideologicamente un modello, ma di studiare quale funziona meglio per una determinata persona in determinate circostanze.[3][grassetto nostro]

La conclusione di Amadei descrive come la SASB si presti ad accogliere all’interno della sua cornice elementi sia teorici che terapeutici provenienti da diversi orientamenti dando centralità alla relazione e all’attaccamento come principi guida dell’analisi psicologica e psicopatologica.

 

IL MODELLO IRT E IL LEGAME CON LA SASB

Con il modello terapeutico IRT (Terapia Ricostruttiva Interpersonale), la Benjamin delinea una modalità osservativa, di raccolta dati, di formulazione del caso e strutturazione del piano terapeutico fondata sul modello SASB e che sottolinea l’importanza dell’Attaccamento per lo sviluppo e la sopravvivenza, partendo dal presupposto che gli individui hanno appreso modi di pensare, sentire ed agire che sono alla base del funzionamento e sono il risultato delle relazioni avute durante i primi anni di vita e dell’interiorizzazione delle Figure Importanti (IPIR, Rappresentazioni interiorizzate delle Figure Importanti). Più distruttive saranno state le relazioni primarie più l’intervento dovrà essere ricostruttivo. La persona che ha attraversato esperienze traumatiche avrà una ripetitività che la caratterizzerà per tutta la vita. Tali modalità perpetuate sono alla base del disfunzionamento intrapsichico e relazionale; con la terapia si punta a comprenderle e ad individuare la loro origine e funzione per arrivare alla scelta di cambiarle con nuove modalità funzionali. L’obiettivo della terapia è che il paziente arrivi, in termini SASB, a una posizione relazionale benevola con livelli di equilibrio tra invischiamento e differenziazione (vedi immagine modello a otto cluster semplificato). Ciò viene espresso nella SASB dal “GRUPPO ATTACCAMENTO” (GA), che include i tre cluster sul lato “benevolo”. Uno stile benevolo, equilibrato nelle focalizzazioni e nell’interdipendenza porterà ad un’emotività sana ed a uno stile cognitivo efficace e funzionale. All’opposto, una affiliazione ostile conduce a modalità disfunzionali con stili cognitivi ed emotivi problematici. Tale disfunzionamento è rappresentato nel SASB dal GRUPPO DI COMPORTAMENTI DISAFFILIATTIVI O DISTACCANTI (GDD), descritto dai cluster a sinistra dei quadranti, nell’estremità “ostile”.

Le strategie presentate dalla IRT fanno uso delle più recenti acquisizioni scientifiche in campo di apprendimento, mantengono una ricca prospettiva psicodinamica  e cognitiva, integrando tutti gli approcci.

Nella teoria della IRT i processi di apprendimento dalle figure di attaccamento sono alla base della comprensione delle tendenze problematiche. Quello che facciamo da adulti copia i modi di fare appresi da nostra madre, nostro padre o da altre persone importanti della nostra vita. Rispetto a questo la Benjamin parla chiaramente di processi di copia, cioè di modalità con le quali riproponiamo nel presente quello che abbiamo appreso in passato dalle relazioni avute con le persone importanti. I processi di copia sono tre: comportarsi come se fossimo lui o lei (identificazione); trattarsi come si veniva trattati (introiezione); comportarsi come se lui o lei fossero presenti e avessero il controllo (ricapitolazione).

La IRT punta a riconoscere i propri modi di fare, a comprenderne l’origine attraverso l’individuazione del processo di copia sottostante e della IPIR di riferimento, e la funzione intesa come mantenimento di vicinanza psichica alla IPIR che determina la visione del disagio psichico come “dono d’amore” alla figura di attaccamento. Tale percorso prevede una complessa formulazione del caso, che segue una modalità strutturata di raccolta delle informazioni, un’impostazione empatica e educativa del rapporto terapeutico, che viene definita attraverso la spiegazione strutturata (“discorso sui processi di copia” e “discorso sull’apprendimento”) al paziente della formulazione del caso che lo renda partecipe e consapevole dell’origine dei suoi modi di fare  e  agganci la sua motivazione al cambiamento.

Le cinque fasi in cui si struttura la IRT sono: 1. Collaborazione; 2. Apprendere i modi di fare disfunzionali; 3. Bloccare i modi di fare disfunzionali; 4. Promuovere la volontà di cambiare; 5. Apprendere nuovi modi di fare.

Alleato alla Crescita e Alleato Regressivo[4]

  • Per tutta la durata della TRI è utile pensare al paziente come se fosse costituito da due persone: la parte che viene in terapia e spera di cambiare e di sentirsi meglio (Alleato alla Crescita o Verde) e la parte che vuole rimanere fedele alle vecchie regole (Alleato Regressivo o Rosso).
  • Il programma del Rosso è quello di ottenere una prossimità fisica (riconciliazione) con le figure amate mentre il Verde deve farsi carico di abbandonare tali desideri e consentire l’apprendimento di modi di fare adattivi nel relazionarsi alle persone e alle situazioni del presente.
  • Il conflitto tra Verde e Rosso è sempre presente e deve essere “compreso” dal paziente.

Ed ecco uno schema in cui le cinque fasi vengono presentate in relazione al conflitto tra il Verde e il Rosso, che viene rappresentato con uno sdoppiamento della fase 4, nella quale l’Alleato Regressivo interferisce con l’apprendimento di nuovi modi di fare aggrappandosi agli antichi desideri[5].

 

 

Proponiamo ora, in relazione alla IRT, le parole della Benjamin in un’intervista rilasciata alla rivista di Psicologia e Psicoterapia “La notte stellata”, di cui riportiamo uno stralcio significativo[6]:

Il trattamento dei pazienti

L’intento di questo trattamento è di creare un modello generale. La TRI è un metodo faticoso da applicare e da imparare e quindi se per esempio il sintomo può essere gestito facilmente utilizzando tecniche cognitive comportamentali non farei ricorso alla TRI. I metodi tradizionali sono efficaci e per la maggior parte delle persone non c’è bisogno di un lavoro così impegnativo come quello della TRI.

La TRI ha nel suo titolo la parola ricostruzione, perché è stata ideata e designata proprio per quelle persone che non rispondono ai trattamenti convenzionali, quelle persone che vengono ospedalizzate spesso o per quelle persone per cui nemmeno i farmaci hanno l’effetto desiderato. Questo tipo di soggetti sono stati il nostro pane quotidiano alla clinica della TRI per molti anni. C’è però anche un’altra categoria di pazienti che possono beneficiare di questo trattamento: sono persone che non si accontentano di una riduzione del sintomo, con un buon livello di funzionamento ma che vogliono però  “ricostruire” alcune parti. Un altro paziente che immagino è quindi una persona con un buon rendimento anche nella vita personale e che però è disturbata da sintomi come ansia o insonnia, e che vuole liberarsi definitivamente da questi sintomi; anche per loro la TRI è perfetta.

Cosa hanno in comune questi pazienti, le persone altamente funzionanti, con i pazienti talmente disfunzionali che non riescono nemmeno a lavorare? Entrambi hanno il desiderio e il bisogno di un nuovo inizio, una nuova partenza.

Il secondo tipo di paziente altamente funzionante e che vuole comunque mettersi in discussione e ricostruire alcune cose è il paziente più “divertente”, perchè si può arrivare velocemente ad un cambiamento e non c’è il rischio di ideazione suicidaria o comportamenti autolesivi, che invece sono presenti nei pazienti più disfunzionali.

La prima cosa in entrambi i casi, qualunque sia il paziente che ci troviamo di fronte, è chiedersi qual è il sintomo, qual è il problema che dobbiamo affrontare.

Quando andiamo a vedere qual è il problema nel caso del paziente altamente funzionante possiamo comunque ritrovare sintomi presenti nel DSM, quali una duratura insoddisfazione matrimoniale, problemi di coppia, lieve depressione che si trascina da anni… in poche parole una sintomatologia che permette al paziente di vivere e lavorare ma gli impedisce di stare completamente bene. Ricordiamoci che quando dico “problemi personali”, “depressione non grave”, questo non vuol dire che non sia grave o disagevole ma semplicemente che in qualche modo consentono alla persona di vivere e di avere quindi una vita funzionale.

Ho descritto due estremi: da una parte una persona altamente funzionale, professionalmente realizzata, che si trascina dietro una lieve sintomatologia che le rende sofferta l’esistenza; e all’estremo opposto il paziente altamente disfunzionale che non riesce a lavorare, ad avere una famiglia o a prendersi cura di se stesso e che deve essere anche a volte ricoverato per gestire questi sintomi.

Lavoro con le “famiglie”

Se conosci la TRI saprai che la TRI è rivolta alle “famiglie in testa”; il lavoro avviene anche, in questo contesto, con la famiglia reale, ma noi lavoriamo con la famiglia che il paziente si porta in testa e lavoriamo sulla ricostruzione del messaggio che arriva al paziente dalla famiglia che si porta in testa. Gli schemi di interazione e le modalità di interazione, sono gli stessi sia a livello intrapsichico che a livello interpersonale. Per esempio, se abbiamo una paziente anoressica che si rifiuta di mangiare il cui padre è uno chef è facile per il terapeuta individuare l’oggetto della terapia familiare.

Facendo l’esempio della paziente anoressica, il conflitto che abbiamo all’interno della famiglia rispecchia anche il conflitto che lei si porta in testa, facendo riferimento anche a Bowlby, che parlava di modelli operativi interni, sappiamo che nella testa di ognuno ci sono delle figure rappresentative più importanti, questa paziente avrà in testa l’immagine di suo padre che le dice determinate cose, avrà una immagine di se stessa in testa, e a livello di testa avviene uno scontro tra la relazione altamente invischiata con il padre e il desiderio estremo della figlia di separarsi da questa relazione, l’unico modo che conosce per separarsi è ricorrere a questo sintomo.

Biologia naturale ed evoluzione

Vi do un accenno rapido a quello che è la biologia naturale e di come tutto quello di cui abbiamo parlato si lega all’evoluzione.

La biologia naturale si applica sia a queste rappresentazioni interne che alle modalità di interazione.

La prima cosa che la biologia naturale richiede al terapeuta è che cominci a pensare in termini interazionali, questo è più facile per il terapeuta familiare e meno per il terapeuta tradizionale.

Nella Terapia tradizionale c’è il modello dell’individuo come un’entità autocontenuta che opera nel mondo nel tentativo di soddisfare i suoi bisogni; questa visione dell’uomo non si può applicare assolutamente alla TRI.

La biologia naturale ci riconosce che siamo esseri viventi il cui compito principale è quello di sopravvivere e vivere, in base a questo il nostro primo istinto sarà quello di metterci in salvo imparando a riconoscere ciò che per noi costituisce una forma di sicurezza e di salvezza e ciò che rappresenta invece una minaccia.

[…]

Se ci sentiamo minacciati dovremmo sperimentare rabbia, ansia e depressione, se ci sentiamo al sicuro possiamo abbandonarci a relazioni piacevoli che ci consentono il gioco, il rilassamento e così via.

Ogni cosa va vista nei suoi aspetti interazionali e inoltre abbiamo detto che ogni cosa è funzionale alla nostra sopravvivenza, in questa ottica come leggiamo e interpretiamo i sintomi?

In altre parole rabbia, ansia e depressione hanno una funzione, sono delle cose positive per noi e dobbiamo capire quale è la loro funzione e che cosa stanno facendo per noi.

Invece di percepire la rabbia come una emozione che va repressa, gestita e contenuta, pensiamo in termini evoluzionistici e pensiamo che la rabbia ci viene fornita dal nostro sistema nervoso per difenderci quando ci sono delle minacce o per ottenere controllo su un potenziale nemico o per allontanarci e mettere distanza.

Così allo stesso modo l’ansia ha la funzione di farci rispondere ad una percezione di minaccia quando abbiamo la percezione della minaccia ma non abbiamo deciso ancora come gestirla e quale strada prendere, l’ansia ci attiva e ci prepara a rispondere.

Infine la depressione è quella emozione fornitaci dall’evoluzione quando ogni altra risorsa non ha avuto successo, siamo rimasti senza risorse e senza vie di uscita, il chiudersi e il ritirarsi e la depressione è l’ultima risorsa che rimane.

 

L’intento della Scuola di Psicoterapia della Relazione è tracciare, a partire dalla SASB, un percorso formativo alla psicoterapia incentrato sulla IRT. La conoscenza di base dei principali approcci psicoterapeutici permetterà, dopo un’accurata valutazione diagnostica fondata sulla SASB, di scegliere l’approccio terapeutico più adeguato, applicando, secondo il modello della Benjamin, la IRT in casi clinici particolarmente complessi, per i quali, secondo la stessa Benjamin, è da considerarsi la modalità terapeutica d’elezione.

In un passo dell’intervista che abbiamo riportato piu sopra, infatti, la Benjamin afferma:

L’intento di questo trattamento è di creare un modello generale. La TRI è un metodo faticoso da applicare e da imparare e quindi se per esempio il sintomo può essere gestito facilmente utilizzando tecniche cognitive comportamentali non farei ricorso alla TRI. I metodi tradizionali sono efficaci e per la maggior parte delle persone non c’è bisogno di un lavoro così impegnativo come quello della TRI.

La TRI ha nel suo titolo la parola ricostruzione, perché è stata ideata e designata proprio per quelle persone che non rispondono ai trattamenti convenzionali, quelle persone che vengono ospedalizzate spesso o per quelle persone per cui nemmeno i farmaci hanno l’effetto desiderato. [grassetto nostro]

E più avanti:

la TRI è rivolta alle “famiglie in testa”;il lavoro avviene anche, in questo contesto, con la famiglia reale, ma noi lavoriamo con la famiglia che il paziente si porta in testa e lavoriamo sulla ricostruzione del messaggio che arriva al paziente dalla famiglia che si porta in testa. Gli schemi di interazione e le modalità di interazione, sono gli stessi sia a livello intrapsichico che a livello interpersonale. [grassetto nostro]

Il terapeuta che applica la TRI si trova dunque ad affrontare un caso clinico stabilendo un progetto terapeutico che contempli la scelta di un approccio corrispondente ai bisogni del paziente, collocato nel suo contesto di appartenenza. È quindi necessario che il terapeuta conosca i principali approcci terapeutici e sappia impostare l’intervento tenendo conto dei fattori che determinano la patologia in essere, valutando la complessità del caso (per determinare l’opportunità di un intervento complesso secondo la metodologia TRI o invece di un intervento su base cognitiva) e stabilendo un rapporto conoscitivo con ciò che la Benjamin chiama “famiglia in testa” (ossia ciò che il soggetto ha interiorizzato del suo mondo familiare originario, che porta dentro di sé e proietta nell’attualità sul mondo circostante) e con il contesto relazionale familiare. Troviamo in questo discorso chiari riferimenti ai tre principali approcci terapeutici: cognitivo, psicodinamico, sistemico. Questi tre approcci trovano inoltre, nel nostro progetto formativo, un elemento di convergenza nella teoria dell’attaccamento di Bowlby, e nella parte finale di questa relazione riserveremo uno spazio ad alcune considerazioni sulla teoria dell’attaccamento e la nostra proposta formativa.

 

I CAMPI D’APPLICAZIONE ELETTIVI PER LA IRT

Approfondiamo ora i campi d’applicazione nei quali la IRT è da considerarsi terapia elettiva. Con il modello IRT, la Benjamin ha descritto la sintomatologia e la probabile origine delle modalità disfunzionali dei disturbi di personalità, delineando un possibile trattamento per ciascuno, fondato sulla descrizione dei comportamenti prototipici della SASB e sulle ipotesi psicopatologiche della IRT. Il titolo completo del libro in cui Lorna Smith Benjamin introduce la IRT è Teoria ricostruttiva interpersonale per la rabbia, l’ansia e la depressione. Già nel titolo l’autrice designa dunque il campo di applicazione elettivo della IRT.

La terza parte del libro viene dedicata a queste tre risposte affettive, che la Benjamin definisce “affetti-minaccia”. Questa denominazione attribuisce loro, come elemento che le accomuna, la caratteristica di essere collegate a una minaccia.

Secondo la biologia naturale queste tre risposte affettive indicano che il cervello primitivo (C1[7]) ha percepito una minaccia; le risposte affettive che conseguono mirano a predisporre dei comportamenti volti appunto a far fronte a questa minaccia in modi diversi.[8]

Parlando della rabbia la Benjamin evidenzia che, a differenza dell’ansia e della depressione, la rabbia non fa parte di specifiche categorie diagnostiche. Come elemento focale, nel DSM V, è presente solo nel disturbo esplosivo intermittente (DEI) nell’adulto. Nei manuali diagnostici

è descritta come irritabilità presente in alcuni disturbi psicotici, nel disturbo bipolare, nella depressione, nel disturbo d’ansia generalizzato, nella schizofrenia, nell’abuso o dipendenza da alcol o da sostanze stupefacenti e nella violenza domestica.[9]

La rabbia non è normalmente trattata come appartenente ad una categoria diagnostica, e in ambito terapeutico viene trattata di consueto a livello farmacologico o invitando il paziente a imparare a conviverci e a canalizzarla in modo che non nuoccia agli altri.

La IRT colloca invece la rabbia in una categoria specifica, e la affronta in modo specifico.

Una volta chiarito che la rabbia va considerata a tutti gli effetti una categoria diagnosticamente rilevabile e rilevante, la Benjamin offre per rabbia, ansia e depressione un percorso terapeutico secondo le cinque fasi del modello IRT:

Collaborare

Imparare a conoscere i propri schemi

Bloccare gli schemi problematici

Coinvolgere la volontà di cambiare

Imparare nuovi schemi

Al punto “coinvolgere la volontà di cambiare” (AC, alleato alla crescita – Verde) si oppone, come evidenziato nello schema riportato a p. 7 di questo documento, ciò che lega agli antichi desideri (AR, alleato regressivo – Rosso), e un punto fondamentale del processo TRI è comporre questo conflitto favorendo un processo trasformativo che conduca all’esito finale di “imparare nuovi schemi”, più funzionali alla vita relazionale del paziente nell’attualità.

In relazione a rabbia, ansia e depressione l’autrice propone numerose esemplificazioni, evidenziando in particolare, ai punti “imparare a conoscere i propri schemi” e “bloccare gli schemi problematici”, quali sono gli schemi che caratterizzano nella maggior parte dei casi ciascuna di queste tre risposte affettive alla minaccia, suggerendo le modalità applicate dalla RTI per favorire un passaggio evolutivo dall’uno all’altro. A supporto di ciò, l’autrice propone alcuni esempi di casi clinici.

A titolo esemplificativo riportiamo  ciò che la Benjamin dice, nel paragrafo “bloccare gli schemi problematici” riferito alla rabbia, a proposito del suicidio, considerato per l’appunto uno schema problematico connesso alla rabbia.

Il suicidio è un’espressione della rabbia che richiede un intervento immediato. Ricordare al paziente quale sia la duplice funzione della rabbia, ovvero creare controllo o distanza, può essere particolarmente utile nel bloccare gli atti suicidari.[10]

Riporta poi l’esempio di Betsy, una paziente che aveva sviluppato intenzioni suicidarie avendo interiorizzato un mondo familiare originario nel quale era costantemente squalificata e non riconosciuta, che la accompagnava nell’attualità avendo scelto un marito collerico (simile al padre che con lei era anche violento) e un luogo di lavoro nel quale si impegnava moltissimo avendo ottimi risultati ma non corrispondenti riconoscimenti per ciò che realizzava. Il luogo di lavoro era, come dice la Benjamin,  il “nucleo del suo adattamento”, e in una situazione lavorativa particolarmente carica emotivamente era emersa la sua intenzione suicidaria. L’intervento terapeutico consistette nel “suggerirle dei compiti a casa che la portassero a riconoscere il proprio valore e a imparare un modo più adattivo per affrontare lo sfruttamento da parte del capo”. L’intervento fu efficace.

L’asserività competente le aveva permesso di conquistare il trattamento ragionevole che meritava. La rabbia e l’ideazione suicidaria erano spariti. Betsy si stava asserendo di più anche con il marito, con buoni risultati. In questo esempio, la crisi è stata risolta lavorando su di una situazione esterna piuttosto che sui processi interni. Betsy dovrà fare dei cambiamenti interni per evitare di ripetere questo schema di sfruttamento, ma era comunque contenta di questo incontro. Credo che sia il paziente a dover giudicare quando concludere la terapia, a condizione che comprenda cosa questo potrebbe significare in relazione alla formulazioe del proprio caso e ai prossimi possibili passi nella ricostruzione.[11]

Il periodo conclusivo del brano citato può rappresentare anche un’indicazione in termini generali sul senso del lavoro terapeutico che caratterizza la IRT, che favorisce un’autonomizzazione del paziente attivando un processo di ricostruzione interna che prosegue anche dopo la conclusione della terapia, essendo stati forniti al paziente gli strumenti perché questo possa avvenire.

 

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO E LA DIMENSIONE RELAZIONALE

 Gli esseri umani sono biologicamente predisposti ad interagire con chi li circonda, i propri conspecifici, ragione per cui sin dall’antichità l’uomo è stato definito un “animale sociale” (Aristotele, IV sec a.C.) che, in quanto tale, tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Fin dalla propria nascita l’essere umano sperimenta un profondo “bisogno di stringere relazioni significative e privilegiate”(Bowlby, 1989), all’interno delle quali si può sperimentare sentimenti quali amore, amicizia, affetto, gioia, fiducia e intimità; nelle relazioni sociali ci si mette in gioco, magari secondo gradi diversi, ma si mette sempre in campo qualcosa di sé, ci si apre all’altro e si accoglie ciò che l’altro rivela di se stesso.

Alcuni studi etologici degli anni ’50, in particolare quelli di Harlow H. e Lorenz K. sugli effetti della deprivazione di cure materne sui cuccioli, hanno ispirato lo psicoanalista John Bowlby in alcune considerazioni che si possono definire rivoluzionarie rispetto al pensiero dominante dell’epoca nell’ambito della psicologia, portandolo a formulare la Teoria dell’Attaccamento. Bowlby all’interno di tale teoria, che grazie ai numerosissimi studi scientifici a riguardo rappresenta attualmente ben più di una “teoria”, nello spiegare lo sviluppo psicologico individuale descrive come siano le esperienze relazionali precoci con le Figure di Attaccamento (altrimenti detti “caregiver”, cioè “coloro che si prendono cura”) a connotarsi come determinanti nel delineare lo stile di attaccamento personale (Bowlby J., 1969, 1973, 1980); esso, secondo lo studioso, fornisce le informazioni necessarie a strutturare il mondo interiore e generare prevedibilità rispetto al mondo esterno attraverso la costruzione di una rappresentazione articolata di Sé, dell’Altro e di Sé-In-Relazione-Con-l’Altro. Bowlby sottolinea come la qualità di tali relazioni precoci, in particolare relativamente al senso di sicurezza sperimentato al loro interno, al grado di affidabilità e disponibilità della Figura di Attaccamento (FdA o caregiver), alla stabilità, alla prevedibilità ed alla continuità dei legami,nonché all’adeguatezza delle cure ricevute dal bambino in risposta ai suoi bisogni primari, dia luogo ad un’attribuzione di merito verso se stessi in termini di amabilità e valore personale e dell’altro in termini di capacità nel rispondere ai propri bisogni. Nell’impianto teorico della TdA questo delicato processo, predisposto su base biologica, determina nello sviluppo psico-emotivo del bambino alcuni schemi relazionali di risposta emotiva e comportamentaleche prendono il nome di Modelli Operativi Interni (MOI), ossia pattern/configurazionistabili che hanno lo scopo di regolare i processi di interscambio con l’ambiente esterno, cioè le relazioni sociali, così come sostenuto da alcuni psicoterapeuti della tradizione cognitivista italiana, quali Guidano V. e Liotti G. (1983).

Secondo la teoria di J. Bowlby le relazioni interpersonali durante il primo periodo di vita pongono le basi sia delle modalità relazionali agite nella vita adulta che della struttura intrapsichica attraverso la quale l’individuo dà senso e si relaziona al mondo esterno e a se stesso. La Teoria dell’Attaccamento (Bowlby J., 1973, 1980, 1982) inoltre descrive come le strategie di regolazione emotiva siano influenzate dalla relazione con la figura di attaccamento; la strategia primaria di regolazione emotiva è la ricerca di prossimità con la figura di attaccamento, ma quando tale strategia fallisce alcune strategie secondarie entrano in campo (Mikulincer et al., 2003). Gli individui con atteggiamento insicuro hanno imparato da esperienze infantili che la ricerca della prossimità con l’altro non allevia il disagio, quindi provano altre strategie. Tali strategie secondarie si dividono in due categorie: strategie iper-attivanti e strategie de-attivanti (Mikulincer et al., 2003; Malik, Wells & Wittkowski, 2015) ed hanno un impatto diretto sulla regolazione emotiva. Tali presupposti teorici offrono una concezione della psicopatologia come correlata ad esperienze precoci e sfavorevoli di attaccamento (pattern insicuri o disorganizzati, secondo quanto descritto da M. Ainsworth, che raccolse le teorie di Bowlby e le sviluppò negli “stili di attaccamento” che ancora oggi rappresentano un modello esplicativo valido delle relazioni interpersonali) e suggeriscono metodologie[12] terapeutiche basate sull’uso consapevole della relazione.

L’uso consapevole della relazione a fini terapeutici nella TRI è concettualizzato dapprima attraverso l’utilizzo della SASB, poi applicato all’interno della TRI, ed ha lo scopo di produrre quelle esperienze altrimenti denominate “relazioni ed esperienze emozionali correttive” (Liotti G. e Farina B., 2011), cioè improntate alla continua riparazione delle fratture all’alleanza terapeutica in grado di strutturare nuove e meno patogene credenze su di sé e sull’altro che hanno determinato, circolarmente, situazioni problematiche, sofferenza e sfavorevoli conferme, denominate “cicli interpersonali disadattivi” (Semerari, 2000).

La Teoria dell’Attaccamento ha permesso di comprendere che l’attualizzazione degli schemi cognitivi attivati dal MOI dell’attaccamento nella relazione di cura consente al terapeuta di offrire al paziente non tanto spiegazioni intellettuali, quanto piuttosto nuove esperienze emozionali correttive (Alexander F., 1946; Liotti G. e Farina B., 2011).

Alla luce dell’importanza riservata dalla TdA allo sviluppo individuale su base interpersonale, per lavorare terapeuticamente sullo stile di attaccamento risulta opportuno altresì lavorare sulla storia di sviluppo individuale e sul rapporto con i genitori, mettendolo opportunamente in relazione con lo stile attuale, cioè con le modalità attuali di relazione con l’altro.

 

LAVORARE CON I GRUPPI

Ci preme infine sottolineare che nell’impostazione di fondo del progetto formativo della Scuola di Psicoterapia della Relazione viene dato un rilievo particolarmente significativo al lavoro con i gruppi, sia nel senso di formare i futuri terapeuti a poter lavorare in gruppo e con i gruppi, sia nel senso di proporre molti spazi formativi di gruppoe attraverso il gruppo.

Riteniamo fondamentale che la figura dello psicoterapeuta non venga concepita come un professionista che rinchiuso nel suo studio riceve pazienti ai quali offre interventi variamente declinati a seconda delle teorie di riferimento nelle quali si è formato, ma come una persona che vive nel mondo e si confronta con la storia, l’ambiente sociale e lavorativo e la rete di servizi del territorio in cui abita e di quello in cui opera.

In questo senso, abbiamo preferito proporre vari tipi di gruppo come spazi formativi, ciascuno con una sua specificità, e rinunciare alla pretesa di un trattamento analitico individuale come condizione vincolante, optando per i Laboratori e i Gruppi di Consapevolezza come luoghi nei quali offrire ai futuri psicoterapeuti uno spazio di confronto per acquisire per l’appunto la capacità di lavorare in équipe e di maturare una consapevolezza relativa a se stessi e al lavoro con i pazienti, in sintonia e in un rapporto di mutuo scambio con i micro e macro gruppi con i quali viene a contatto, concepiti come “luoghi della relazione”.

 

Bibliografia

Ackerman Nathan W. (1999), Psicodinamica della vita familiare. Diagnosi e trattamento delle relazioni familari, Bollati Boringhieri, Torino.

Alexander F. (1946), L’esperienza emozionale correttiva, cit. su Psicoterapia e Scienze Umane, 1993, 27, 85 – 101.

Amadei G., Il paradigma celato, Unicopli, Milano, 2001.

Amadei G. (2014), Come si ammala la mente, Il Mulino, Bologna.

Amadei G., Caviglia G., De Bei F., Lingiardi V. (a cura di) (2011), La svolta relazionale, Raffaello Cortina, Milano.

Aristotele, IV sec a.C., Politica, a cura di Ferri F., 2016, Bompiani.

Aron L. (1996), Menti che si incontrano, Raffaello Cortina, Milano.

Asen E., “Terapia multifamiliare”, Testo del Seminario tenuto a Milano nel settembre 2013.

Bara B. G. (a cura di) (1998), Manuale di Psicoterapia Cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino.

Bara B. G. (a cura di) (2005), NuovoManuale di Psicoterapia Cognitiva, voll. 1 e 2, Bollati Boringhieri, Torino.

Bara B. G. (2018), Il terapeuta relazionale, Bollati Boringhieri, Torino.

Baranger M., Baranger W. (2008), “The analytic situation as a dynamic field”; Int. J. Psychoanalisis, 89795-826.

Baranger M., Baranger W. (2008), “Mother-infant distress in face-to-face interaction”; Contributions of microanlisis. Infant Observations, 9 (2), pp. 151-164.

Bateson G. (1976), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano.

Bateson G. (1984), Mente e Natura, Adelphi, Milano.

Beebe B., F.M. Lackman (2003), Infant Research e trattamento degli adulti, Raffaello Cortina, Milano.

Benjamin J. (1991), Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose, Rosenberg & Sellier, Torino.

Benjamin, L.S. (1993), Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, LAS, Roma.

Benjamin, L.S. (2004), Terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono, LAS, Roma.

Benjamin, L.S. (2018), Terapia ricostruttiva interpersonale per la rabbia, l’ansia e la depressione, R. Cortina, Milano, 2019.

Bion W. R. (1961), Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1972.

Bion W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Bion W. R. (1965), Trasformazioni: il passaggio dall’apprendimento alla crescita, Armando, Roma, 1973.

Bion W. R. (1970), Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.

Bollas C. (1997), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Borla, Roma.

Bollas C. (2013), La mente orientale, Cortina, Milano.

Boscolo L., Bertrando P. (1996), Terapia sistemica individuale, Cortina, Milano.

Boscolo L., Cecchin P., Hoffman L., Penn P., (2004), Clinica Sistemica, Bollati Boringhieri, Torino.

Boszormenyi-Nagy I., Framo J. L. (1997) Psicoterapia intensiva della famiglia, Bollati Boringhieri, Torino.

Bowen M. (2016), La nascita della psicoterapia familiare, Astrolabio Ubaldini, Roma

Bowlby J. (1969) Attachment and loss, vol I, Attachment. Hogarth press, London (2^ ed. 1982) [Attaccamento e perdita, vol. I, L’attaccamento alla madre. Boringhieri, Torino, 1971 (2^ ed. 1982)].

Bowlby J. (1973) Attachment and loss, vol I, Separation: Anxiety and anger.  Hogarth press, London (2^ ed. 1982) [Attaccamento e perdita, vol. 2, La separazione dalla madre. Boringhieri, Torino, 1975 (2^ ed. 1982)].

Bowlby J. (1980) Attachment and loss, vol 3, Loss: Sadness and depression.. Hogarth press, London (2^ ed. 1982) [Attaccamento e perdita, vol. 3, La perdita della madre. Boringhieri, Torino, 1981 (2^ ed. 1982)].

Bowlby J. (1986), I processi difensivi alla luce della teoria dell’attaccamento, Psicoterapia e Scienze Umane, 22pp. 3-19.

Bromberg P. (1998), Clinica del Trauma e della dissociazione, Cortina, Milano.

Bruner J. (1992), La ricerca del significato, Boringhieri, Torino.

Bucci W. (2007), “Riflessioni sulla teoria del codice multiplo”, Il Ruolo Terapeutico 106: 95-102.

Cancrini L. (a cura di) (1977), Verso una teoria della schizofrenia, Boringhieri, Torino.

Canova R. (1997), “Un’esperienza di consulenza familiare sistemica in un reparto psichiatrico”. Atti Congresso EFTA Barcellona 1997.

Canova R. (2006), “Complessità e psichiatria: terapie familiari, terapie multifamiliari. Due esperienze”, in Carnevali R., Pratelli A. (a cura di), Pensare il gruppo – Fondamenti e pratica del lavoro di gruppo nel Dipartimento di Salute Mentale, ARPANet, Milano.

Canova R. (2009), “L’esordio psicotico come ‘crisi’ di un sistema”, in Carnevali R., Tagliaferri N. (a cura di), L’esordio psicotico – Approcci clinici a confronto, ARPANet, Milano.

Carnevali R. (2003),L’immaginario e il diavolo. Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi, volume della collana Psicoterapie, FrancoAngeli, Milano; nuova edizione:volume della collana Psicoterapia e…,Arpanet, Milano, 2013 (in versione e-book: 2012).

Carnevali R., Pratelli A. (a cura di), (2006) Pensare il gruppo – Fondamenti e pratica del lavoro di gruppo nel Dipartimento di Salute Mentale, ARPANet, Milano.

Carnevali R., Tagliaferri N. (a cura di) (2009), L’esordio psicotico – Approcci clinici a confronto, ARPANet, Milano.

Carnevali R., “Dialogo aperto, terapia sistemica e terapia psicoanalitica”, in Pratica Psicoterapeutican. 13, Mimesis, Sesto S. Giovanni (MI), 2015.

Cecchin G., Lane G., Ray W. (1993), Irriverenza, FrancoAngeli, Milano.

Cecchin G., (1997), Verità e pregiudizi, Cortina, Milano.

Chiesa A., Serretti A. (2009), “Mindfulness-based stress reduction for stress management in healthy people: a review and meta-analysis”,J Altern Complement Med; 15 (5): 593-600.

Chiesa A., Serretti A. (2011), “Mindfulness based cognitive therapy for psychiatric disorders: A systematic review and meta-analysis”, Psychiatry Res; 187 (3): 441-53.

Chiesa A., Serretti A. (2011), “Mindfulness-based interventions for chronic pain: a systematic review of the evidence”, J Altern Complement Med; 17 (1): 83-93.

Chiesa A. (2011), “Improving psychotherapy research: The example of mindfulness based interventions”, World Journal of Methodology, 1 (1): 4-11.

Chiesa A., Serretti A., Jakobsen J.C. (2013), “Mindfulness: Top–down or bottom–up emotion regulation strategy?”, Clin Psychol Rev, 33 (1): 82-96.

Chiesa A., Serretti A.(2014), “Are mindfulness-based interventions effective for substance use disorders? A systematic review of the evidence”, Subst Use Misuse, 49 (5): 492-512.

Chiesa A., Castagner V., Andrisano C., Serretti A., Mandelli L., Porcelli S., Giommi F. (2015), “Mindfulness based cognitive therapy vs. psycho-education for patients with major depression who did not achieve remission following antidepressant treatment”, Psychiatry res,226 (2-3): 474-483.

Chiesa A., Fazia T., Bernardinelli L., Morandi G. (2017), “Citation patterns and trends of systematic reviews about mindfulness”, Complementary Therapies in Clinical Practice, 2017; 28 (26-37).

Cozzolino L. (2008), Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Cortina, Milano.Crivelli M. (2015), Il mondo dell’affettività e della sessualità per genitori e ragazzi, Book Sprint, Romagnano al Monte (SA).

Civitarese G. (2008), L’intima stanza. Teoria e tecnica del campo analitico, Borla, Roma.

Damasio A. (1994), L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano.

Damasio A. (2000), Emozione e coscienza, Adelphi, Milano.

Crivelli M., Garraffa A. (2017), Cambio di rotta, La Strada per Babilonia, Napoli.

Doi T. (1971), Amae no kózó, Kobundo Ltd. Tokio – English translation The Anatomy of Dependence, Kodansha International, 1973; tr. it.: Anatomia della dipendenza, R. Cortina, Milano, 1991.

Epstein M. (1995), Pensieri senza un pensatore, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1996.

Epstein M. (2001), La continuità d’essere, Astrolabio Ubaldini, Roma, 2002.

Epstein M. (2007), Psicoterapia senza l’io, Astrolabio Ubaldini, Roma, 2008.

Fairbairn W.R.D. (1952), Studi psicoanalitici sulla personalità, Boringhieri, Torino, 1970.

Fonagy P., Target M. (2007), Psicopatologia Evolutiva. Le teoria psicoanalitiche, Cortina, Milano, 2005.

Fosha D., Siegel D., Solomon M.,  Attraversare le emozioni, Mimesis, Milano, 2011.

Foulkes S. H., La psicoterapia gruppoanalitica, Astrolabio, Roma, 1977.

Foulkes S.H. (1964), Analisi terapeutica di gruppo, Boringhieri, Torino, 1967.

Freud S. (1922), “L’Io e l’Es”, in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino, 1977.

Freud S. (1937), “Analisi terminabile e interminabile”, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino, 1979.

Freud S. (1937), “Costruzioni nell’analisi”, in Opere, vol. XI, cit.

Fromm E. (1973), The Anatomy of Human Destructiveness, Holt, Rinehart And Winston; tr. it.: Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 1975.

Fromm E., Suzuki D. T.,  De Martino R. (1960), Zen Buddhism and Psychoanalysis, George Allen & Unwin; tr. it.: Psicoanalisi e buddhismo zen, Astrolabio, Roma, 1968.

Gallese V. e altri (1998), “Action recognition in premotor cortex”, in Brain 119, pp. 593-609.

Gallese V. (2003), “The Manifold Nature of Interpersonal Relations: The Quest for a Common Mechanism”, in Philosophical Transaction of the Royal Society London B 338, pp. 517-28.

Gilbert P. (1989), Human Nature and Suffering, Erlbaum, London

Gilbert P. (2010), Compassion Focused Therapy. The CBT distinctive Features Series. [La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive, Franco Angeli, Milano, 2012]

Goldstein J., Kornfield J., Il cuore della saggezza: esercizi di meditazione, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1988.

Goleman D. (1998), Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano, 1999.

Guidano V. F. (1988), La complessità del sé, Bollati Boringhieri, Torino.

Guidano V. F. (1992), Il sé nel suo divenire, Bollati Boringhieri, Torino.

Guidano V. F. (2010), Le dimensioni del sé, Alpes, Roma.

Guidano V. F. e Liotti G., 1983, Cognitive processes and emotional disorders, Guilford Press, New York.

Guntrip H. (1961), Struttura della personalità e interazione umana, Boringhieri, Torino, 1971.

Hogden T. (1999), Soggetti d’analisi, Masson, Milano.

Ivaldi A. (a cura di) (2016), Il trattamento dei disturbi dissociativi e di personalità. Teoria e clinica del modello relazionale fondato sui sistemi motivazionali, Franco Angeli, Milano.

Kabat-Zinn J. (2008), Riprendere i sensi, TEA, Milano.

Kabat Zinn J. (2010), Vivere momento per momento, TEA, Milano.

Kabat-Zinn J. (2013), Full Catastrophe Living: Using the wisdom of your body ad mind to face stress, pain and illness, Bantan Books, Ney York.

Keeney B., (1985), L’estetica del cambiamento, Astrolabio, Roma.

Kelly G. A. (1955), The psychology of Personal Constructs, Norton, New York; tr. it. La psicologia dei costrutti personali, Raffaello Cortina, Milano, 2004.

Kohut H., Introspezione ed empatia: come cura la psicoanalisi, Bollati Boringhieri,Torino, 2003.

La Chiusa S. (2013), Emozioni spezzate. Il modello risintonico-emotivo per il trattamento dei disturbi psichici, Arpanet, Milano.

La Chiusa S. “Terapia cognitiva”, in Carnevali R. (a cura di) Modelli formativi e pratica clinica a confronto,Quaderno report n. 19 del Centro Studi e Ricerche della COIRAG, Arpanet, Milano, 2016.

Lichtenberg J.D. (1996), Psicoanalisi e Sistemi Motivazionali, Raffaello Cortina, Milano.

Liotti G. (1994-2005), La dimensione interpersonale della coscienza. Nis, Roma (nuova edizione rivista: Carocci, Roma).

Liotti G. (2001), Le opere della coscienza, R. Cortina, Milano.

Liotti G., Farina B (2011), Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa, R. Cortina, Milano.

Liotti G., Monticelli F. (a cura di) (2017), L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali, R. Cortina, Milano.

Lyons-Ruth K., “La conoscenza relazionale implicita. Il suo ruolo nello sviluppo e nella psicoterapia psicoanalitica”, in Rodini C. (a cura di), Le forme di intersoggettività, Raffaello Cortina, Milano, 2008.

MacLean P. (1984), Evoluzione del cervello e comportamento umano. Einaudi, Torino.

Malik et al, 2015, “Emotion regulation as a mediator in the relationship between attachment and depressive symptomatology: A systematic review”, Journal of Affective Disorders, 172C: 428 – 444;

Micheloni A., “Open Dialogue: Un approccio innovativo per gli esordi psicotici”, in Pratica Psicoterapeutican. 15, Mimesis, Sesto S. Giovanni (MI), 2016.

Micheloni A., “Psicoanalisi della relazione”, in Carnevali R. (a cura di) Modelli formativi e pratica clinica a confronto,Quaderno report n. 19 del Centro Studi e Ricerche della COIRAG, Arpanet, Milano, 2016.

Micheloni A., (2017) “La consultazione in psicoterapia: diagnostica e progettazione di intervento per l’adolescente, il giovane adulto e l’adulto”, in RicercaPsicanalitica sezione Incontri, n.3, Franco Angeli, Milano.

Mikulincer M. et al., 2003, “Attachment Theory and Affect Regulation: The Dynamics, Development, and Cognitive Consequences of Attachment-Related Strategies”, Motivation and Emotion27, 77 – 102;

Minolli M., (2009) Psicoanalisi della relazione, Franco Angeli, Milano.

Minolli M., (2015), Essere e divenire. La sofferenza dell’individualismo, Franco Angeli, Milano.

Minuchin S., (1978), Guida alle tecniche della terapia della famiglia, Astrolabio Ubaldini, Roma

Mitchell S. (1993), Speranza e timore in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino.

Mitchell S., (1993) Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato, Bollati Boringhieri, Torino.

Molino A., Carnevali R. (a cura di) (2010), Tra sogni del Budda e risvegli di Freud – Esplorazioni in Psicoanalisi e Buddismo,Arpanet, Milano.

Molino A., Carnevali R., Giannandrea A. (a cura di) (2014), Crossroads in Psychoanalysis, Buddhism and Mindfulness – The Word and the Breath, Jason Aronson, Lanham.

Morgana M. (2011), Il fango e il loto – Piccolo prontuario di riflessioni psicobuddhiste ad uso quotidiano (e qualche riflessione un po’ più ardita), Arpanet, Milano.

Morgana M. (2014),“Psychoanalysis, Transgenerational Psychotherapy and Karma”, in Molino A., Carnevali R., Giannandrea A. (a cura di) (2014), Crossroads in Psychoanalysis, Buddhism and Mindfulness – The Word and the Breath, cit.

Nardi B. (2017), Organizzazione di personalità: normalità e patologia psichica, Accademia dei cognitivi della marca.

Napolitani D. (1987), Individualità e gruppalità, Boringhieri, Torino.

Ogden P., Minton K., Pain C. (2006), Trauma and the Body.A sensorimotor approach to psychoterapy, Norton, New York.

Pensa C. (2010), Il silenzio tra due onde, Mondadori, Milano.

Popper K. R.(1974), La ricerca non ha fine – Autobiografia intellettuale, Armando, Roma, 1978 (seconda edizione riveduta).

Rezzonico G., Ruberti S. (1996), L’attaccamento nel lavoro clinico e sociale, FrancoAngeli, Milano.

Rezzonico G., Ruberti S. (1998), “L’analisi cognitiva personale nella formazione dello psicoterapeuta cognitivo”, in Bara B. G. (a cura di), cit.

Ruberti S. (1998), “L’organizzazione cognitiva di tipo depressivo”, in Bara B. G. (a cura di), cit.

Ruberti S. (2004), “Il ruolo del sistema corticale “specchio” nei processi cognitivi e nelle dinamiche interpersonali”. Quaderni di psicoterapia cognitiva, 14, pp. 64 –75.

Ruberti S. (2009), “L’evoluzione del cognitivismo di fronte all’esordio psicotico: la disorganizzazione dell’esperienza intersoggettiva”, in Carnevali R., Tagliaferri N. (a cura di), cit.

Ruberti S. (2009), La teoria dell’attaccamento come strumento terapeutico nel lavoro con l’adulto, in: Bertamini D., Iacchia E., Rinaldi S., Rezzonico G. (a cura di): Gioco, socialità e attaccamento nell’esperienza infantile, Angeli, Milano.

Safran J., Muran J.C. (2000), Teoria e pratica dell’azione terapeutica, Laterza, Roma.

Sander L. (2002), “Pensare differentemente. Per una concettualizza-zione dei processi di base dei sistemi viventi. La specificità del rico-noscimento”, in RicercaPsicanalitica, n. 3, FrancoAngeli, Milano 2005.

Sander L. (2007), Sistemiviventi, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Scilligo, P. (2005), La sinfonia dei molti Sé, LAS, Roma.

Segal Z. V., Williams J. M. D., Teasdale J. D. (2014), Mindfulness. Al di là del pensiero, attraverso il pensiero, Bollati Boringhieri, Torino.

Seikkula J., Il dialogo aperto. L’approccio finlandese alle gravi crisi psichiatriche, a cura di Chiara Tarantino, G. Fioriti, Roma, 2014.

Siegel D. J. (2008), Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina, Milano, 2009.

Sullivan H. S. (1953), Teoria interpersonale della psichiatria, Feltrinelli, Milano, 1962.

Sullivan H. S., Il colloquio psichiatrico, Feltrinelli, Milano, 1967.

Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G. (1975), Paradosso e controparadosso, Feltrinelli, Milano.

Selvini Palazzoli M., Cirillo S., Selvini M., Sorrentino A.M., (1988), I giochi psicotici nella famiglia, Cortina, Milano.

Stern D. (1987), Il mondo interpersonale del bambino, Boringhieri, Torino.

Stern D. (1998), “Non-interpretive mechanisms in psychoanalytic therapy”, International J. Psychoan., Oct. 79 (Pt 5): 903-21.

Stolorow R.D., Atwood G.E. (1995). I contesti dell’essere. Le basi intesoggettive della vita psichica, Bollati Boringhieri, Torino

Telfener U. (a cura di), (1986), La terapia sistemica, Astrolabio, Roma.

Thompson C. (1964), Psicoanalisi interpersonale, Boringhieri, Torino, 1972.

Varela F. J., Thompson E., Rosch E. (1992), La via di mezzo della conoscenza. Le scienze cognitive alla prova dell’esperienza, Feltrinelli, Milano.

Wachtel, P. L. (1997). Psychotherapy integration. Psychoanalysis, behavior therapy, and the relational world. Washington, DC, US: American Psychological Association.

Watzlawick P., Beavin J., Jackson D., (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.

Whitaker C.A., BumberryW.M. (1989), Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma

White M., (1992), La terapia come narrazione, Astrolabio, Roma.

Winnicott D. W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974.

[1] Migone P. (1997), Un esempio di metodologia di ricerca in psicoterapia: il modello “quadrante” della SASB di Lorna Benjamin, Il Ruolo Terapeutico, 1997, 74: 31-34;
e da: 17/12/2019 © PSYCHOMEDIA – http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt74-97.htm 4/4.

[2] Amadei G. (2001), IL PARADIGMA CELATO. Il modello interpersonale nella psicologia dinamica, UNICOPLI, Milano.

[3] Amadei G. (2001), Cit., p. 89.

[4] da Catalano C., reperibile all’indirizzo: http://www.ariri.it/images/AreaRiservata/Catalano_Benjamin.pdf

[5] ibidem.

[6] http://www.lanottestellata.com/rubriche/video-intervista-lorna-benjamin/

[7] Nella parte introduttiva del libro, la Benjamin definisce il cervello primitivo (C1) e il cervello corticale (C2) evidenziando come il secondo svolga funzioni superiori che nella IRT vengono utilizzate nel conflitto fra l’alleato al cambiamento (AC – Verde) e l’alleato regressivo (AR – Rosso) per favorire il coinvolgimento della volontà di cambiare e permettere l’apprendimento di nuovi schemi.

[8] Benjamin L. S. (2018), Terapia ricostruttiva interpersonaleper la rabbia, l’ansia e la depressione, R. Cortina, Milano, 2019, p. 185.

[9] Ibidem.

[10] Benjamin, L.S. (2018), Terapia ricostruttiva interpersonale per la rabbia, l’ansia e la depressione, R. Cortina, Milano, 2019, p. 196.

[11] Ibidem.

[12] Dopo aver usato la parola “strategie” per denominare ciò che accade nella vita delle persone, preferiamo usare la parola “metodologie” per denominare ciò che caratterizza il rapporto terapeutico; riteniamo infatti che la terapia non consista nel mettere in atto nuove strategie adeguate che soppiantino quelle inadeguate costituitesi nella vita del paziente, ma nell’attivare un processo di presa di consapevolezza che permetta al paziente di rielaborare in modo costruttivo la propria vita.