Relazione comprovante la validità dell’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata (SPRI)

Relazione comprovante la validità dell’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata (SPRI), evidenze scientifiche che dimostrano la sua efficacia e tradizione scientifica cui tale indirizzo fa riferimento, con elencazione delle relative pubblicazioni.

a cura di Roberto Carnevali (Direttore/Preside e Rappresentante Legale);

hanno collaborato (in ordine alfabetico): Sara Carletto, Alberto Chiesa, Monica Crivelli, Silvia De Carli, Alessandra Micheloni, Michela Morgana, Luca Ostacoli, Claudio Pavia, Ivan Piatti, Saverio Ruberti, Marco Vicari (Sara Carletto e Luca Ostacoli hanno collaborato a titolo personale e non hanno incarichi specifici all’interno della Scuola).

 

La Scuola di Specializzazione in Psicoterapia denominata “Scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata (SPRI)”, è articolata su quattro anni accademici secondo la normativa di legge.

L’indirizzo metodologico e teorico-culturale della Scuola si fonda su tre approcci fondamentali, a loro volta fondati su una tradizione scientifica accreditata, della quale portiamo qui di seguito le testimonianze probanti.

 

APPROCCIO PSICODINAMICO

Nel vasto campo dell’approccio psicodinamico, i membri del corpo docente della scuola fanno riferimento in modo specifico a quello psicoanalitico relazionale, che si applica in terapia con un setting sia individuale che di gruppo. In particolare vengono sviluppati i campi della Psicoanalisi della Relazione, della Gruppoanalisi e vengono proposte ampie connessioni con il concetto di Spiritualità, che si lega al Buddhismo e alla pratica della Mindfulness, che verrà ripresa anche più avanti nel discorso più ampio relativamente all’approccio integrato.

 

Psicoanalisi della Relazione

La Psicoanalisi della Relazione nasce dal pensiero di teorici italiani tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 (tra cui ricordiamo i nomi di Michele Minolli, Daniela De Robertis e Maria Luisa Tricoli), concretizzatosi successivamente nella costituzione della SIPRe – Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione. Tale filone emerge nel panorama psicoanalitico parallelamente a quello relazionale americano, tradizionalmente identificabile nella figura di Stephen Mitchell. In Psicoanalisi della Relazione l’essere umano è denominato Io-soggetto (Minolli, 2009, 2015) ed è pensato come un sistema complesso (con riferimento alla Teoria dei sistemi complessi non lineari di Sander), dunque un sistema chiuso e contemporaneamente aperto all’esterno, che si auto-eco organizza: ciò significa che si pone in funzione di una sua coerenza interna, che è simultaneamente anche coerenza con l’ambiente con cui interagisce. In altre parole, l’Io-soggetto è un uno, costituito da più parti in interazione tra loro, in costante rapporto con l’esterno (Minolli, 2015).

Secondo la Psicoanalisi della Relazione, l’Io-soggetto viene configurato durante il suo concepimento dalla genetica e dall’ambiente, che ne definiscono i vincoli di partenza; questo è l’unico momento nella teoria in cui l’Io-soggetto non può incidere per sé stesso ed è un fatto ritenuto imprescindibile: il punto di partenza del soggetto è esterno a sè; da lì in poi però l’Io-soggetto si muoverà lungo il proprio processo di crescita, attraverso l’interscambio simultaneo e reciproco tra i due meccanismi di auto ed eco organizzazione. Dal concepimento in poi, egli si autoregola a partire da come è stato configurato e per il mantenimento di questa configurazione, almeno in linea di principio.

In questa prospettiva lo sviluppo non è inteso in senso stadiale o per fasi, bensì in senso processuale, per molti versi trasversale lungo il ciclo vitale. Il processo dell’Io-soggetto in particolare è costituito da tre “momenti”: la geneticae l’ambiente, che come già detto, definiscono i dati iniziali (il colore degli occhi, l’essere nati al mare o in una grande città, essere figli di contadini oppure di manager ecc…); la coscienza, ovvero la capacità che ogni essere vivente possiede di percepirsi esistente; la coscienza della coscienza o autocoscienza, che è invece qualità propria dell’essere umano (presente dai diciotto mesi di vita, ma sempre più accessibile dall’adolescenza in poi), che consiste nella capacità di pronunciarsi, di potersi occupare della “coscienza”. Non significa chiaramente poter cambiare le carte in tavola, ma procedere partendo da esse. permettendosi di non esserne vittima passiva e accedendo in questo modo alla creatività.

Da questa sintetica esposizione si evincerà senz’altro come quella della Psicoanalisi della Relazione non sia esattamente una “teoria”, una proposta “forte”, soprattutto in relazione allo sviluppo del soggetto, ma sia invece più propriamente identificabile come meta-teoria, ovvero un’idea ampia, generale di come funziona l’essere umano, alla quale vanno poi accostati l’ascolto e la comprensione del singolo Io-soggetto.

Tale approccio dà particolare rilievo alla persona nella sua totalità e soprattutto nel pieno rispetto di ciò che essa è, senza categorie che incasellino il soggetto in una dimensione di normalità o patologia. L’idea di fondo è che ogni essere umano, in qualsiasi momento del proprio processo di vita, adotti le proprie soluzioni, senza dubbio le migliori che ha trovato, per poter stare in piedi. Queste, a volte, possono comportare compromessi molto costosi, che portano la persona a stare male (la patologia è intesa in questi termini). L’ipotesi è che la sofferenza si origini e abbia a che fare con le relazioni che il soggetto intrattiene.

Psicoanalisi della Relazione però non significa solo questo, ma anche che il focus è posto sulla relazione co-costruita tra paziente e terapeuta. Distaccandosi enormemente dalla concezione psicoanalitica ortodossa, in tale prospettiva il rapporto paziente/analista non viene più pensato “a senso unico” né, quindi, in una prospettiva oggettivante del paziente. Tra questi si instaura una relazione “alla pari” dove poter esplorare i significati di ciò che accade e dove entrambi sono concepiti come depositari di significati; paziente e analista interagiscono entrambi in base a ciò che ciascuno soggettivamente è. La relazione analitica è interazione di soggettività.

Il terapeuta non conosce il paziente più di quanto quest’ultimo conosca se stesso, ma egli è semplicemente un professionista, un “essere umano”, competente rispetto ai processi psicologici e soprattutto allenato ad avere uno sguardo costante sui propri processi e schemi relazionali. Egli aiuta la persona che a lui si rivolge a fare altrettanto, mettendosi in gioco in prima persona, all’occasione di ogni nuovo incontro. Ogni analista si pone infatti nella relazione in funzione di ciò che di fatto è: dallo scegliere che cosa dire e quando, dal tono della voce ai silenzi, tutto nel rapporto con il suo interlocutore rivela la globalità della sua soggettività. Un concetto basilare è che l’esperienza di un’interazione onesta e chiara metta in rapporto con se stessi e con l’altro.

Viene da sé, date queste premesse, che il focus dell’intervento non sia più il passato, ma quanto accade nel presente dell’interazione analitica, laddove l’interazione diventa meta-interazione. L’Io-soggetto, in quanto essere umano, per la sua capacità riflessiva, è capace di meta-interazione, la quale non è tuttavia né verbale né cognitiva; non passa, cioè, per l’auto-riflessività intesa come sapere su sé e/o sull’altro, bensì è contatto, appropriazione dello stato presente: solo allora il soggetto può guardare al futuro. Per dirla con le parole di Michele Minolli, la meta-interazione non è altro che Presenza a se stessi ed è questa a interessare il lavoro della diade analitica.

Il conflitto, secondo la Psicoanalisi della Relazione, si situa tra relazioni storiche e relazioni possibili, tra la rigida ripetizione delle modalità storiche e un nuovo spazio possibile di modalità diverse, più egosintoniche e “autentiche”.

La Psicoanalisi della Relazione, facendo propri concetti della scuola sistemica, attingendo alle scoperte dell’Infant Research (Beebe, Jaffe, Lachmann, Stern, Tronick, ecc.) e muovendosi all’interno del Paradigma della Complessità (Von Bertalanffy, Maturana, Varela, Boston Group, ecc.) ben si presta a entrare in dialogo con altri orientamenti psicoterapeutici (costruttivisti, sistemici ecc.), in un’ottica d’integrazione estremamente proficua e in linea con gli sviluppi più recenti nell’ambito della psicologia e della psicoterapia.

L’approccio di Psicoanalisi della Relazione è rappresentato nel corpo docente in modo particolare da Alessandra Micheloni, che si è formata come psicoterapeuta psicoanalista alla SIPRe di Parma tra il 2014 e il 2018, approfondendo i risvolti teorici e applicativi della Psicoanalisi della Relazione nel lavoro con gli adolescenti, i giovani adulti e le loro famiglie e aprendosi, nel tirocinio quadriennale presso il CPS di Gorgonzola, sotto la guida del tutor Roberto Carnevali, a interessarsi di integrazione, confrontandosi continuativamente con tecniche e modelli differenti. Le sue riflessioni si sono tradotte in interventi a congressi quali:

– Congresso COIRAG 2017 – LA VIOLENZA NEI E DEI LEGAMI, Torino – Sermig – 19-20 maggio 2017, presentando un poster nel Simposio Violenza e istituzioni di cura, intitolato: Approccio integrato in psichiatria. Un esempio di risposta non violenta alla violenza familiare. Con: R. Carnevali, A. Genta, V. Bubba, S. De Carli e C. Reccagni

– Congresso IDENTITY AGONIES: LIVING DYNGLY – AGONIE DELL’IDENTITÀ: VIVERE MORENDO Approaches from Psychology, Neuroscience, Medicine, Sociology and Philosophy – Approcci da Psicologia, Neuroscienze, Medicina, Sociologia e Filosofia – Padova, 2-3-4 November 2017, presentando una relazione dal titolo: “La nascita e la ri-nascita dell’identità nel processo terapeutico” nel Simposio “Identità e trattamento delle patologie psichiatriche in ambito istituzionale”.

Ha anche pubblicato sull’argomento (v. Micheloni A. in Bibliografia).

L’inizio della collaborazione col Centro Psiche e Soma(coinvolto a più livelli nella costituzione della Scuola), dove in particolare è iniziata un’intensa collaborazione con Monica Crivelli, Vice Direttore della Scuola e Responsabile dei Tirocini, ha aperto ulteriori interessanti e proficue finestre di confronto su come linguaggi diversi possano intersecarsi in un unico coro.

Gruppoanalisi

Il termine “gruppoanalisi” venne coniato da S. H. Foulkes (v. La psicoterapia gruppoanalitica, Astrolabio, Roma, 1977), e designa, nella rielaborazione fatta da Diego Napolitani, non solo un certo tipo di analisi di gruppo, ma anche una forma di analisi individuale che si basa su una prospettiva relazionale. Concetto fondamentale è quello di “gruppalità interna”.

Con l’espressione “gruppalità interna” si intende un insieme di matrici internalizzate da un soggetto, che lo rendono portatore al suo interno di un “gruppo”, inteso come insieme di modalità relazionali privilegiate in quanto di pertinenza del sistema relazionale originario. Per una definizione approfondita v. “Glossario” in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, vol. IV N. 1-2, Ottobre 1989.

Altri due concetti fondamentali sono quello di “matrice” e di “immaginario”, intesi in un significato peculiare al pensiero gruppoanalitico.

Il termine “matrice” fu coniato da Foulkes per definire gli elementi caratterizzanti un mondo originario, che si inscrivono in un soggetto determinandone le modalità di relazione nei vari contesti in cui verrà a trovarsi. Per una definizione approfondita v. “Glossario” in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, cit.

La parola “immaginario”, che assume in vari contesti significati a volte anche radicalmente diversi, in gruppoanalisi viene usata in un’accezione specifica, che configura un mondo genitoriale costellato di rappresentazioni prescrittive che inscrivono un soggetto in una dimensione inautentica, espropriandolo della sua soggettività. In particolare nel rapporto fra analista e paziente viene definita immaginaria la dimensione nella quale si sviluppa la relazione transferale.

Napolitani differenzia l’“identico” dall’“autentico” definendo col primo termine tutto ciò che è tendente ad omologare un soggetto al gruppo di appartenenza, e col secondo l’insieme di caratteristiche peculiari costituenti la soggettività nel suo esprimersi liberamente.

Napolitani distingue un pensiero “riflessivo” da uno “riflettente” basandosi sulle due accezioni del termine “riflettere”, inteso come un pensare creativamenteo come un riproporre immagini(il riflettere dello specchio) – si noti che in francese si hanno due termini distinti: “reflechir” e “reflecter”–. Il pensiero riflettente è quello di chi, invaso da un immaginario altrui, ripropone senza trasformazioni le idee che abitano tale mondo; riflettente è ad esempio l’applicazione pedissequa di una teoria, in nome dell’autorità di chi l’ha elaborata. Il pensiero riflessivo è invece quello che si caratterizza in un pensiero creativo che esprime l’autenticità del soggetto, che si affranca dalla dimensione immaginaria in cui è inscritto dal desiderio prescrittivo che proviene dal mondo originario.

Nel libro L’immaginario e il diavolo[1]Roberto Carnevali propone un discorso di ampliamento di alcuni concetti base della Gruppoanalisi. Come evidenziato nel sottotitolo (Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi) Carnevali riprende alcuni temi fondamentali del pensiero gruppoanalitico e li sviluppa in forma originale. In particolare si sofferma sulla teoresi di Diego Napolitani[2]relativamente ai concetti di idem e autòsmessi in relazione con quelli di immaginarioe simbolico, vedendone i risvolti nella pratica terapeutica individuale e di gruppo.

Scrive Carnevali[3]:

L’immaginario come spazio creativo

[…] io credo che l’analista, se ha eletto a scopo precipuo del proprio lavoro il favorire lo sviluppo del potenziale creativo del proprio paziente, debba cercare non solo di fare emergere tale potenziale, ma anche di consentire a questo di tradursi in una qualche manifestazione tangibilmente riscontrabile. Possiamo ora riprendere il discorso cui accennavo nel capitolo precedente, relativo alla possibilità per l’immaginario di configurarsi come elemento di supporto non inerte ma propositivo nei confronti della creatività di un soggetto. Alla luce del confronto di una dimensione “terapeutica” con un modello “artistico”, possiamo pensare all’analista come a un soggetto che fa uso del proprio immaginario per delineare uno spazio di rappresentazioni evocative che possono fungere da substrato al paziente, di modo che costui, sentendo l’accesso a tale spazio come esperienza di rottura rispetto al proprio mondo di appartenenza, possa trovarsi a suo agio nell’esprimere creativamente un suo potenziale che nel mondo precedente risultava compresso o annullato.

Luigi (Gino) Pagliarani, che lesse in anteprima la prima stesura di questo libro, così ne parlò in una nota a piè di pagina di un suo lavoro[4]: “Originale, di avvincente scrittura e di rilevante pensiero. La sua pubblicazione costituirà un sicuro apporto, specie per gli adepti della gruppoanalisi. Segnalo in particolare il capitolo ‘L’immaginario come spazio creativo’ che sfonda certe restrizioni della teoria gruppoanalitica, allargandone l’orizzonte”.

E scrive ancora Carnevali relativamente al setting di gruppo[5]:

Specificità ed efficacia del setting gruppale: il gruppo come area intermedia

Per quanto la questione sia molto dibattuta, si può considerare un fatto su cui più o meno tutti quanti concordano il ritenere che il setting gruppale sia quello dove più facilmente e più rapidamente si animano i conflitti. La triangolarità vissuta nell’hic et nunc e con persone reali, con la possibilità di mettere realmente in scena i canovacci appresi nel proprio mondo familiare, scatena con estrema facilità fantasmi che altri contesti possono lasciare sepolti per molto tempo.

In una situazione istituzionale poi, come quella in cui mi trovo a operare, dove la realtà più comunemente riscontrabile nel contesto di un servizio psichiatrico viene affiancata a un’altra più vicina al mondo “privato”, col quale le è così permesso di confrontarsi, lo scatenamento dei fantasmi entra in contatto con un mondo estremamente ricco di sfumature tra le più diverse, che può risultare paradigmatico del mondo esterno con il quale ciascun soggetto deve imparare a fare i conti. E ciò tanto più se il soggetto in questione è reduce, come spesso accade, da una crisi psicotica che per un certo tempo lo ha emarginato dal suo contesto abituale, e si trova dunque nella necessità di doversi reinserire, con tutte le difficoltà che questo comporta.

Ma non dobbiamo sottovalutare la ricchezza dell’esperienza vissuta anche da chi, pur non conoscendo la lacerazione della crisi psicotica, vive, attraverso il gruppo, un contatto con essa rappresentato da una presenza “altra”, evocatrice comunque di presenze che può riconoscere in se stesso, come appartenenti alla sua gruppalità interna.

Il gruppo terapeutico in istituzione psichiatrica può dunque assolvere il compito di promuovere un confronto con un micro-mondo rappresentativo del macro-mondo in cui il soggetto vive, o che, nel caso di chi è passato attraverso l’esperienza psicotica, dovrà riincontrare, e che è stato all’origine della sua crisi. Il piccolo gruppo si può configurare dunque come area intermedia fra il dentro e il fuori, spazio di eccitamento dei conflitti riassopiti ma anche spazio di contenimento in cui dare l’avvio a un possibile cambiamento.

Sarà compito del conduttore collocarsi a sua volta in un’area intermedia, consentendosi uno spazio riflessivo tale da permettergli di dosare sapientemente gli interventi interpretativi, senza cedere alla tentazione di “forzare la mano” e al tempo stesso senza lasciarsi catturare nei giochi di elusione che tanto facilmente vengono promossi. E dunque il gruppo può diventare cassa di risonanza, amplificando quelle modalità “difensive” che, pur comparendo anche nel setting duale, nello spazio gruppale acquistano uno spessore tale da farle apparire più facilmente riconoscibili, e dunque da rendere meno difficile l’intervento trasformativo.

Nel 2006 e nel 2009 Roberto Carnevali ha curato, in collaborazione rispettivamente con Alessandro Pratelli e con Nadia Tagliaferri, due volumi che, da due diverse prospettive, si occupavano di come vari approcci relazionali, tra i quali quello psicodinamico in generale e gruppoanalitico in particolare, avessero un’efficacia applicativa in ambito istituzionale, il primo tracciando un’ampia panoramica (comunque molto approfondita) su varie declinazioni del gruppo in un Dipartimento di Salute Mentale, il secondo rivolgendo il proprio interesse specificamente al tema dell’esordio psicotico.

Il primo si intitola Pensare il gruppo – Fondamenti e pratica del lavoro di gruppo nel Dipartimento di Salute Mentale, ARPANet, Milano, 2006 (a cura di R. Carnevali e A. Pratelli), il secondo L’esordio psicotico – Approcci clinici a confronto, ARPANet, Milano, 2009 (a cura di R. Carnevali e N. Tagliaferri).

A Pensare il gruppohanno collaborato alcuni dei docenti della Scuola: Riccardo Canova, Roberto Carnevali, Silvia Carnevali e Giancarlo Stòccoro.

Il libro ha rappresentato un primo momento di convergenza di orientamenti diversi, legati dalla matrice relazionale, e ha posto un tassello fondamentale per il progetto formativo a un approccio integrato.

Scrivono Roberto Carnevali e Alessandro Pratelli:

Si è trattato in fondo di un’esperienza rara, proprio per la possibilità di confronto che c’è stata, e per ciò che questo ha fondato in termini progettuali. […] ciò che abbiamo potuto rilevare dalle nostre giornate di studio è stato un desiderio da parte di tutti gli operatori di rinforzare la dimensione di scambio e di collaborazione sia all’interno di ciascuna équipe sia nell’ambito dell’équipe allargata che comprende tutti gli operatori del servizio. In questo senso ci sembra che si debba andare al di là di una tecnica specifica, e cercare una modalità di confronto nella quale l’elemento basilare sia proprio il rispetto della differenza, con il superamento dell’idea che la tecnica che ciascuno applica sia la migliore e quella in grado di gettare luce sulle altre. E qui quello di noi che ha una formazione psicoanalitica [R. Carnevali] sente la necessità di porsi, come peraltro ha sottolineato in più di un’occasione nelle pagine di questo stesso volume, in una prospettiva fortemente critica nei confronti di un atteggiamento molto diffuso tra gli psicoanalisti, che è quello di ritenere che la “griglia” psicoanalitica possa essere utilizzata come strumento di lettura di livello superiore rispetto alle altre tecniche e teorizzazioni, in particolare in ambito istituzionale, facendo diventare la psicoanalisi nell’istituzionepsicoanalisi dell’istituzione. Naturalmente la prospettiva si mantiene fortemente critica anche nei confronti di altre chiavi di lettura che volessero arrogarsi il diritto di porsi in una dimensione privilegiata, e di collocarsi a un livello più elevato “interpretando” le tecniche altrui secondo i propri criteri. Parafrasando un tema centrale in uno dei contributi presenti in questo volume[6], possiamo rilevare che la fecondità della funzione diabolicasta proprio nel non partire dal presupposto di possedere una verità rivelata, ma al contrario dal ritenere che l’impatto col “diverso”, se ci si dà la possibilità di accoglierlo in noi e di metterlo a confronto col “già noto” rassicurante, può portare a un amplificarsi del processo di conoscenza dell’altro e di noi stessi, e indurci a percorrere strade nuove anche solo leggermente diverse, o anche a mantenerci su quelle che già conosciamo con qualche consapevolezza in più, in una visione di mondo comunque amplificata.

da Carnevali R., Pratelli A., “Il confronto nella differenza come strumento di lavoro”,

in Carnevali R., Pratelli A. (a cura di), Pensare il gruppo,cit..

Anche a L’esordio psicoticohanno collaborato alcuni docenti della Scuola: Riccardo Canova, Roberto Carnevali e Saverio Ruberti. Il libro si apre con un contributo di Marcel Sassolas.

L’approccio Psicodinamico, quello Cognitivo-evoluzionista e quello Sistemico sono presenti in questo volume, e rappresentano un ulteriore passo verso l’approccio integrato.

Negli ultimi anni Roberto Carnevali ha partecipato a numerosi congressi internazionali e nazionali, come relatore e anche come chairman, portando suoi contributi originali relativamente al tema della gruppoanalisi e dell’approccio integrato in équipe istituzionale.

in particolare:

Al XVII International Congress of Group Psychotherapy and Group Processes: “Groups in a time of conflict”, Rome 24/08/09 – 29/08/09, con S. Carnevali e C. Pavesi, relazione dal titolo: “L’integrazione delle attività nell’équipe di lavoro: affrontare i conflitti nel gruppo attraverso il confronto tra gruppi”;

Al congresso della GROUP ANALYTIC SOCIETY di Londra: 15thEUROPEAN SYMPOSIUM: CULTURES, CONFLICT, CREATIVITY… – Monday 29 August – Friday 2 September, Goldsmiths College, University of London, Lewisham Way, New Cross, London, relazione dal titolo: ”Musical creativity and the setting in group analysis”.

Al XVII INTERNATIONAL FORUM dell’INTERNATIONAL FEDERATION OF PSYCHOANALYTIC SOCIETIES, “CONFLICT AND ALIENATION”, Mexico City, October 10th – 13th, 2012, relazione dal titolo: “Amae in the necrophilia-biophilia binomial. A parallelism between Takeo Doi’s and Erich Fromm’s thought” nell’ambito della Tavola Rotonda “Constructive and destructive tendencies”, di cui è stato chairman.

Al 19th INTERNATIONAL CONGRESS FOR GROUP PSYCHOTHERAPY AND GROUP PROCESSES – September 2nd – September 5th 2015 Rovinij, Kroatia – “Despair and Desire in Times of Crisis – Groups in the City… of the World”, con Tiziana Baisini, relazione dal titolo: The third dimension in psychotherapy as an expression of the affective/emotional universe in a bi-dimensional space.

Al CongressoCOIRAG 2017 – LA VIOLENZA NEI E DEI LEGAMI, Torino – Sermig – 19-20 maggio 2017, è stato Chairman del Simposio Violenza e istituzioni di cura, e con A. Micheloni, A. Genta, V. Bubba, S. De Carli e C. Reccagni ha presentato un poster intitolato: Approccio integrato in psichiatria. Un esempio di risposta non violenta alla violenza familiare.

Al CongressoIDENTITY AGONIES: LIVING DYNGLY – AGONIE DELL’IDENTITÀ: VIVERE MORENDO Approaches from Psychology, Neuroscience, Medicine, Sociology and Philosophy – Approcci da Psicologia, Neuroscienze, Medicina, Sociologia e Filosofia – Padova, 2-3-4 November 2017, relazione dal titolo: The identity and treatment of psychiatric disorders in the institutionalsphere – L’identità e il trattamento delle patologie psichiatriche in ambito istituzionale, in un Simposio dallo stesso titolo nel quale era Chairman/Discussant. In questo congresso faceva anche parte del Comitato Organizzativo.

Rispetto al tema della Mindfulness, e più in generale delle discipline mutuate dalle pratiche meditative fondate sulle filosofie e religioni orientali, principalmente il Buddismo, l’incontro con Gherardo Amadei e Anthony Molino ha stimolato Roberto Carnevali ad approfondire queste tematiche, arrivando, nel 2010, alla produzione di un libro, Tra sogni del Budda e risvegli di Freud – Esplorazioni in Psicoanalisi e Buddismo,Arpanet, Milano, 2010, a cura di Anthony Molino e Roberto Carnevali, contenente, tra gli altri, un contributo di Gherardo Amadei e uno dello stesso Carnevali intitolato “Amaee il Buddismo in occidente”.

Questo libro, tradotto, con qualche modifica, in inglese/americano, uscì negli Stati Uniti per la Jason Aronson, col titolo Crossroads in Psychoanalysis, Buddhism and Mindfulness – The Word and the Breath, Jason Aronson, Lanham, 2014, a cura, oltre che di Molino e Carnevali, anche di Alessandro Giannandrea. A questo libro ha collaborato anche Michela Morgana, che, avendo letto Tra sogni del Budda… aveva presentato alla casa editrice Arpanet (nella quale era Carnevali a selezionare i libri di argomento psicologico per la pubblicazione) un suo saggio, intitolato Il fango e il loto(Morgana M., Il fango e il loto – Piccolo prontuario di riflessioni psico-buddhiste ad uso quotidiano, ARPANet, Milano, 2011) che venne pubblicato dando inizio a una collaborazione che tuttora è in atto. Rispetto al progetto formativo della Scuola il contributo di Michela Morgana apre al tema della Spiritualità.

 

Spiritualità e approccio psicodinamico

Sin dagli albori della psicoanalisi si assiste alla nascita per gemmazione da un tronco centrale di diverse correnti di pensiero, fino a quella oggi chiamata psicoanalisi relazionale, alla quale ci riconduciamo. Già in quanto accade nella galassia della psicodinamica troviamo un modo di porsi nei confronti del mentale che ben ne caratterizza la natura. Se il termine analisi introduce al bisogno della mente di distinguere le diverse qualità dell’esperienza, al contempo la stessa capacità ha bisogno di essere ben articolata per il conseguimento e mantenimento di una integrazione e continuità del sé. Così, necessario e vitale è lo sviluppo di riflessioni differenti che possano poi dialogare creativamente tra loro e non rimanere sterilmente dissociate. Assistiamo e partecipiamo all’interno del mondo psicodinamico a una sorta di sistole e diastole tra dissociazione e integrazione tra le diverse prospettive, integrazione che grazie alla funzione dissociativa sana [per come la presenta Bromberg: “La dissociazione, come la repressione, è una funzione salutare e adattiva della mente umana. È il processo di base che permette agli stati individuali del sé di funzionare in modo ottimale (non semplicemente in modo difensivo) quando una completa immersione in una singola realtà, un singolo affetto forte e una sospensione della capacità autoriflessiva di una persona sono esattamente ciò che è richiesto e desiderato”[7]] non è con-fusione ma con-divisione di saperi ed esperienze. Come nel sano funzionamento della mente vi è un continuo oscillare dialettico tra separatezza e unità dei diversi stati costituenti la mente stessa, nel pensare della comunità psicoanalitica si assiste allo stesso processo di distinzione e integrazione tra i diversi approcci. A questo processo si assiste sia all’interno del filone freudiano che in parallelo in quello junghiano e per certi autori di entrambi i campi persino tra i due. Tale è ad esempio l’approccio al trauma proposto da Kalsched, che partendo dalla sua formazione junghiana, integra riflessioni di autori del campo freudiano trovandovi molti stimoli e spesso assonanze con il proprio stesso pensiero (nel suo più recente ed importante testo sul trauma[8], si confronta con i modelli della mente e l’approccio al trauma di autori della psicoanalisi freudiana e relazionale quali Fairbairn, Steiner, Bollas, Modell, Symington, Grotstein e Bromberg, integrandone gli stimoli). L’integrazione con altri ambiti del sapere circa la mente è quanto accompagna tanto l’interesse degli autori junghiani che parte con Jung stesso per l’oriente, quanto la più recente attenzione che in ambito freudiano si presta alla meditazione, resa laicamente fruibile con quello che oggi è noto sotto il nome di mindfulness. Tale è per esempio il percorso di Amadei che da una rigorosa e solida formazione psicoanalitica approda, lungo vari e ricchi percorsi, all’integrazione della mindfulness nella pratica clinica da lui proposta. Per vie diverse, diversi filoni di psicologia e psicoterapia hanno trovato nella mindfulness una pratica di comprovata utilità. Così come la meditazione non è appannaggio dell’esclusivo percorso religioso e può essere laicamente praticata, anche la spiritualità chiede di essere liberata dall’equivoco che la rende appannaggio della sola religione[9]. Vista la comparsa della spiritualità come dimensione riconosciuta nei documenti della European Association Palliative Care e in altri documenti internazionali volti alla salute, si è sentita la necessità in ambito clinico di rispettare e accogliere la dimensione spirituale sia di credenti che di atei ritenendo che questa sia una dimensione dell’umano che non si esaurisce all’interno delle religioni, potendo fornire uno spazio di riflessione anche sulla spiritualità laica e persino atea, oltre che su quella religiosa, più facilmente riconosciuta. Se infatti quest’ultima gode già di strumenti per supportare il bisogno dei credenti, si ritiene che anche ai laici non debba essere negato a priori uno spazio e un supporto per la propria spiritualità e di strumenti per poterne adeguatamente riconoscere i bisogni nei momenti di crisi che nella vita e forse ancor più nel fine vita si possono presentare.

 

 

 

APPROCCIO SISTEMICO

Un ambito che a pieno titolo si è inserito nel programma della Scuola, stabilendo dei punti di connessione con la psicoanalisi relazionale, è quello della Terapia Sistemica, con gli sviluppi che, dalle origini a oggi, ha avuto nella teoria e nella clinica

Diamo ora una descrizione di questo approccio, anche nello sviluppo che ha avuto negli ultimi anni della Terapia Multifamiliare, che sono parte fondamentale del progetto formativo della Scuola.

 

Terapia sistemico-relazionale

L’approccio sistemico-relazionale nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’50 e si sviluppa in due direzioni: una sistemica propria della “Scuola di Palo Alto” e del Mental Research Institute (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick) e una scuola più psicodinamica, che oggi chiameremmo relazionale, orientata allo studio trigenerazionale della famiglia (Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Framo, Bowen, Whitaker). In una posizione intermedia si situa l’approccio strutturale di Salvador Minuchin.

La psicoterapia ad indirizzo sistemico relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni ’80 grazie al lavoro di illustri terapeuti quali Mara Selvini-Palazzoli, Luigi Cancrini, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata.  È stata utilizzata in modo particolare nei servizi di salute pubblica, nel campo della patologia psichiatrica degli adulti, nel trattamento dei disturbi alimentari, nel campo delle tossicodipendenze e negli ultimi anni anche nelle problematiche che riguardano la separazione-divorzi e nelle problematiche scolastiche.

L’orientamento sistemico-relazionale considera l’individuo come immerso nel proprio contesto relazionale, socialee culturale. Il sintomo non è inteso come un problema individuale,bensì come la manifestazione di un disagio dell’intero contesto in cui si esprime.Il cosiddetto “paziente designato”, ovvero la persona portatrice del sintomo, esprime la difficoltà dell’intero sistema. La condizione di malattia è necessaria e funzionale alla stabilizzazione del sistema in cui l’individuo sofferente è inserito.Quest’ultimo non è considerato una vittima ma un partecipante attivo al gioco patologico (M Selvini Palazzoli e coll, 1975) che, anche in virtù della posizione occupata, spesso conquista notevole potere e privilegi.La psicopatologia pertanto nascerebbe non solo da esperienze di tipo negativo come traumi e abusi, ma anche da confusione, dall’impossibilità di collocarsi in una trama narrativa costruita dal sistema di appartenenza: chi non sa qual è il proprio ruolo nella relazione non capisce chi è, e il comportamento diventa consequenzialmente stravagante, bizzarro, problematico.

Un altro aspetto fondativo essenziale del percorso sistemico-relazionale è l’importanza della comunicazione. Il primo assioma della comunicazione umana (Mental Research Institute di Palo Alto) è infatti “Non si può non comunicare”. La non-comunicazione è impossibile, perché qualsiasi comportamento comunica qualcosa di noi, ed è impossibile avere un non-comportamento. Per quanto una persona con la sua passività e i suoi silenzi trasmetta la volontà di non comunicare con un altro individuo, sta comunque inviando un messaggio, e quindi comunica di non voler comunicare. Qualunque cosa fai o dici, qualunque scelta o qualunque atteggiamento assumi, comunica alcuni aspetti di te stesso agli altri.  In un contesto teorico di questo tipo, i sintomi sono, prima di tutto, dei messaggi che inviamo al nostro “sistema”. Un compito del terapeuta, da questo punto di vista, è quello di decifrare questo messaggio e comprendere a fondo le istanze portate dal sintomo, rendendole comunicabili in altri modi per far sì che sia più semplice potervi dare una risposta.

Lo psicoterapeuta sistemico-relazionale utilizza un approccio concreto di analisi delle difficoltà attraverso il lavoro nel qui e ora. Tiene conto di come la storia familiare (anche transgenerazionale) e le prospettive future vadano ad influenzare il contesto di riferimento, ma se ne occupa attraverso l’analisi delle difficoltà nel momento in cui esse si esprimono. Il lavoro si articola attraverso l’analisi della domanda e la formulazione di un chiaro contratto terapeutico. Le persone tendono in genere a comportarsi attraverso le modalità che maggiormente conoscono. Il sistema tende in generale a mantenere un’omeostasi del proprio equilibrio, vale a dire che si stabilizza utilizzando determinate modalità di funzionamento e di interazione. Non necessariamente queste modalità sono soddisfacenti e funzionali; nonostante questo vengono usate perché conosciute e strutturate. Un cambiamento presuppone, quindi, il passaggio attraverso la sperimentazione di nuove modalità di azione, di interazione e di riflessione che non sempre il singolo, la coppia e la famiglia riescono ad effettuare autonomamente.

L’aiuto di uno psicoterapeuta consente di trovare spazio e modo per riflettere sulle problematiche, e sperimentare nuove modalità di interazione ed espressione che possano consentire lo stabilizzarsi del sistema su un equilibrio diverso e maggiormente soddisfacente, ampliando le proprie possibilità e strategie per affrontare le difficoltà.

La psicoterapia sistemico-relazionale si caratterizza nel cogliere il significato di certi comportamenti o manifestazioni sintomatiche, ne enuclea vantaggi e svantaggi per l’intero sistema, supporta la famiglia, la coppia o l’individuo in questo delicato processo di analisi e facilita il lavoro per l’individuazione e la sperimentazione di nuove strategie in relazione agli obiettivi concordati nel contratto terapeutico.

Il terapeuta può utilizzare anche strumenti diversi e tecniche denominati oggetti fluttuanti (Caillé e Rey, 2004), che aprono spazi di riflessione alternativi sulle problematiche presentate. Ne sono esempi le sculture, il gioco dell’oca, il blasone familiare e le maschere. Si tratta di modalità diverse per affrontare le difficoltà discusse, che possono sbloccare la riflessione e il lavoro introducendo visioni nuove e differenti punti di vista sulle interazioni. Lo psicoterapeuta sistemico-relazionale può anche assegnare compiti tra una seduta e l’altra consentendo al sistema la sperimentazione di interazioni differenti.

Già da molti anni è in corso una riflessione epistemologica di vasta portata che ha recentemente orientato i terapeuti familiari a rivalutare l’individuo come un sistema, dotato di caratteristiche strutturali ed organizzative leggibili secondo un paradigma sistemico.

La riscoperta dell’individuo ha determinato la riscoperta di sentimenti ed emozioni. L’incontro tra due o più persone, quale è quello tra terapeuta e pazienti, determina un contesto a forte valenza emotiva in cui emergono sentimenti e bisogni personali e che, nel tempo, va a costituire un campo emotivo che vincola terapeuta e pazienti. Attualmente, l’intervento terapeutico nella logica socio-costruzionista e narrativa avviene attraverso l’incontro tra i sistemi emotivi di significato e le narrazioni dei pazienti e dei terapeuti i quali, nella conversazione, stimolano la ricerca di connessioni, significati e chiavi di lettura alternative, sollecitando la costruzione di un quadro narrativo nuovo. Ascoltare emozioni evoca emozioni, dunque il terapeuta è coinvolto nel processo terapeutico al pari del paziente, sebbene le parti siano caratterizzate da competenze specificamente differenti; per cui il processo terapeutico diviene un contesto di incontro e di costruzione comune di esperienza. Si ha quindi il passaggio alla Seconda Cibernetica, per cui l’attenzione viene rivolta verso la soggettività individuale: scopi, sentimenti, credenze, emozioni dell’individuo all’interno del suo sistema culturale vengono rivalutati.

 

Terapia multifamiliare

L’approccio è basato sul lavoro clinico con famiglie multi-problematiche, ideato a metà degli anni ’70 nel Marlborough Family Service di Londra da Alan Cooklin, e successivamente da Eia Asen. Queste famiglie tendevano a presentare non solo problemi psicologici, ma anche problemi di natura sociale ed educativa, e soprattutto violenza all’interno della famiglia. Per affrontare questi molteplici problemi, reti complesse di professionisti si occupavano di queste famiglie. Il lavoro clinico con queste famiglie problematiche si attua in uno specifico setting diurno multifamiliare, con 6- 8 famiglie che partecipano contemporaneamente per intere giornate o settimane. Alcuni bambini sono stati sottratti ai loro genitori e messi in affido, per altri è stata riconosciuta una situazione di rischio di danni significativi ma rimangono con i genitori. Che il bambino abiti con il genitore o no, partecipa insieme ai genitori e altre famiglie, e il lavoro offerto è progettato per permettere alle famiglie di essere viste in contesti vari e molteplici. Si ricostruiscono situazioni di vita reale intorno a temi quotidiani, permettendo l’osservazione di schemi e di interazioni familiari problematici. Inoltre, si può aiutare le famiglie ad affrontare questi problemi, trovando soluzioni alle difficoltà abituali e riducendo la violenza intrafamiliare.

Le famiglie si aiutano a sperimentare e a trovare nuove soluzioni, condividendo idee e consigli, e offrendo feedback all’interno del gruppo dei pari. Essere solo una delle tante famiglie, in situazioni molto simili, è generalmente un’occasione unica per le famiglie che partecipano al  setting  familiare diurno,  e questo fatto tende a ridurre sentimenti di emarginazione sociale e di stigmatizzazione. Questo permette alle famiglie di essere meno difese e più aperte ad esplorare le possibilità di cambiamento.

Si spostano da una posizione passiva ad una più attiva, in quanto possono aiutare altre famiglie, e certi temi “rischiosi” possono essere affrontati al sicuro nel setting di gruppo.

La MFT combina i principi e le pratiche della Terapia Familiare Sistemica con quelli della Terapia di Gruppo. Nella Terapia di Gruppo, sostegno reciproco e critiche costruttive, giochi di ruolo e feedback sono aspetti importanti del metodo, così come il riconoscimento che la sofferenza non è un’esperienza isolata e che altre persone possono vivere in circostanze analoghe. Tuttavia ci sono alcune importanti pratiche e principi che sono specifici dei gruppi multifamiliari poiché le loro dinamiche sono in qualche modo molto diverse da altri gruppi, e in parte emergono dalla combinazione di idee di Terapia Sistemica e di gruppo che porta a un diverso modo di concettualizzare i problemi di confine all’interno del gruppo e “intorno” al gruppo.

L’obiettivo generale della Terapia Multifamiliare (MFT), da anni connessa alla Terapia Basata sulla Mentalizzazione (MBT), è di incrementare le capacità di mentalizzare da parte di tutti i membri della famiglia e, in particolare, quando si tratta di problematiche relative alla genitorialità, quelle dei genitori. Per mentalizzazione intendiamo la capacità di “tenere a mente la mente propria e quella altrui”. In altre parole, la capacità di “rappresentarsi internamente gli stati mentali, riferiti a sé stessi e agli altri” o, se si preferisce, “la capacità di vedere sé stessi dall’esterno e gli altri dall’interno”.

La figura che nel corpo docente rappresenta in modo più significativo l’approccio sistemico è Riccardo Canova, formatore e terapeuta in tale ambito, che ha seguito e promosso vari sviluppi della terapia sistemica, in particolare, oltre alla Terapia multifamiliare, anche il Dialogo Aperto e l’NVR (Risposta Non Violenta alla violenza), che sono inclusi nella proposta formativa della Scuola. Riccardo Canova ha al suo attivo numerose pubblicazioni relative all’applicazione della Terapia Sistemica in vari contesti privati e istituzionali (v. Canova R. in Bibliografia).

 

 

APPROCCIO COGNITIVO-COSTRUTTIVISTA

L’approccio cognitivo-costruttivista viene proposto dopo gli altri due perché configura anche un ampio discorso sull’integrazione tra i vari approcci, riprendendo alcuni aspetti e stabilendo connessioni.

La teoria della mente nell’approccio cognitivo-costruttivista, con elementi di integrazione tra orientamenti cognitivo-costruttivista – psicoanalitico – sistemico

Secondo l’orientamento cognitivo-costruttivista in modo particolare nella sua articolazione evoluzionista, le prime esperienze relazionali del bambino con le figure significative (caregiver) sono fondamentali per definire lo stile di attaccamento (Bowlby, 1969,1973,1980), che a sua volta definisce una prima strutturazione del sé e della rappresentazione interna dell’“altro”. L’esperienza relativa al grado di sicurezza e adeguatezza con il quale i bisogni primari del bambino vengono soddisfatti, genera una proto-idea di sé in termini di amabilità e valore personale, nonché una rappresentazione della responsività dell’altro, inteso come “altro da sé”, ai propri bisogni. Ciò determinerà, nel processo di sviluppo psico-emotivo del bambino, schemi relazionali di risposta emotiva e comportamentale che si configureranno come Modelli Operativi Interni (MOI), regolatori nel processo di interscambio con l’ambiente esterno (Guidano e Liotti, 1983). Ciò correla con particolari “idee” di sé e dell’altro, e con il “significato” o “costrutti” che l’individuo assegna alle sue esperienze e attraverso i quali “interpreta” ciò che vive secondo un principio di mantenimento di quella che Guidano definisce “coerenza interna”, ovvero un senso del sé integro e coerente. Secondo la prospettiva costruttivista, a partire dai MOI e dal principio di coerenza interna, ogni individuo tenderà ad organizzare il significato delle proprie esperienze, interne ed esterne, secondo determinate configurazioni, chiamate “organizzazioni di significato personale”.

Il Costruttivismo, quindi, legge la mente dell’essere umano come un sistema auto-organizzato.

Secondo la teorizzazione dei sistemi dinamici complessi, messa a punto e diffusa da noti studiosi a livello internazionale come Ludwing von Bertalanffy, Humberto Maturana, Francisco Varela e più recentemente The Boston Process of Change Study Group (che vanta tra i vari autori Daniel Stern e Louis Sander), i sistemi auto-organizzati possiedono quattro caratteristiche principali:

  • Complessità: sono complessi i sistemi le cui parti si intrecciano l’una all’altra tramite relazioni mutuali in permanente cambiamento. Le parti possono cambiare similmente ogni volta. La complessità rende più difficile la descrizione e la previsione del comportamento dei sistemi nella loro interezza.
  • Autoreferenza: i sistemi auto-organizzanti sono autoreferenti e mostrano una unanimità operativa. Vale a dire che “ogni comportamento del sistema retroagiscesu se stesso e diviene il punto di partenza per un nuovo comportamento”. I sistemi operativi chiusi non agiscono a seguito di influenze dell’ambiente esterno, ma sono responsabili in modo indipendente e autonomo di loro stessi. L’autoreferenza è un concetto valido anche nel caso dei sistemi aperti.
  • Ridondanza: nei sistemi auto-organizzanti non vi è alcuna separazione di principio tra le parti organizzanti, ordinanti o che guidano l’evoluzione del sistema stesso. Tutte queste parti rappresentano potenziali artefici.
  • Autonomia: i sistemi auto-organizzanti sono autonomi se le relazioni e interazioni che definiscono il sistema come un tutt’uno sono determinate solamente dal sistema stesso. L’autonomia si riferisce solamente a certi criteri, dato che esiste sempre la possibilità di scambiare materiaed energia con l’ambiente.

 

The Boston Process of Change Study Group ha applicato la teoria dei sistemi complessi anche alla psicoanalisi, sviluppando un filone di ricerca innovativo e interessante che trae le sue radici dallo studio dell’interazione madre-bambino. In Italia l’applicazione del modello dei sistemi dinamici complessi alla psicologia è all’avanguardia ed ha nel filosofo Tullio Tinti, Miguel Benasayag e negli psicoanalisti Michele Minolli, Daniela De Robertis, Maria Luisa Tricoli, Enrico Vincenti, Salvatore Zito, Fabio Vanni e molti altri, i principali esponenti. Tale orientamento psicoanalitico viene definito psicoanalisi relazionalee il sistema umano è considerato un “sistema complesso adattativo” (CAS) ed è definito “sistema Io-soggetto”.

Il modello della psicoanalisi relazionale segue un’ampia tradizione teorico-clinica post-freudiana, e fa riferimento ad autori quali: Ferenczi, Rank, Fromm, Sullivan, Levenson, Wolstein, Epstein, Feiner, Greenberg, Mitchell, Altman, Aron, Atwood, Stolorow, Benjamin, Bromberg, Davies, Dimen, Ghent, Harris, Hoffman, Spezzano, Stern ed altri.

Gli psicoanalisti relazionali sostengono che la personalità emerga progressivamente dalla matrice dei primi rapporti relazionali costruiti con i genitori e con altre figure significative. Secondo la prospettiva relazionale, la capacità del clinico dipende prevalentemente dalle sue risposte soggettive; sostituendo così alla sua neutralità il suo stato d’animo, i suoi sentimenti, le sue fantasie e i suoi pensieri, considerati nel loro insieme un assetto tecnico fondamentale per l’individuazione e comprensione dei problemi del paziente.

Gli psicoanalisti relazionali ritengono che la motivazione primaria della psiche risieda nelle relazioni con gli altri. Come conseguenza, le prime relazioni, solitamente con i caregiver, plasmano le aspettative dell’individuo per quanto riguarda il modo in cui essi vanno incontro ai suoi bisogni. Pertanto, desideri e impulsi non possono essere separati dal contesto relazionale in cui si presentano. Ciò non significa che la motivazione sia determinata unicamente dall’ambiente (come nel comportamentismo), ma dall’interazione sistemica di una persona col suo mondo relazionale. Gli individui tentano di ricreare queste relazioni, interiorizzate precocemente, in relazioni successive che possono avere poco o nulla a che fare con quelle precedenti. Questa riproposizione di pattern relazionali serve a soddisfare i bisogni dell’individuo in maniera conforme a ciò che hanno appreso e sperimentato durante l’infanzia, ed è chiamata re-enactment, o ripetizione.

Dal punto di vista filosofico, quindi, la psicoanalisi relazionale è strettamente connessa con il sociocostruttivismo, termine introdotto da Irwin Hoffman.

Vittorio Guidano ha segnalato un cambiamento epistemologico della Psicologia più che una espansione delle basi teoriche che la supportano. A questo proposito esprime la seguente riflessione: “…a differenza di quanto accaduto un anno prima, al tempo della crisi comportamentista, non era possibile continuare né ampliare quello stesso paradigma empirista associazionista che fino quell’epoca era servito da punto di riferimento. In primo luogo, era evidente che il paradigma empirista era arrivato fino ai suoi limiti massimi, oltre il quale la sua stessa struttura non poteva sostenersi. Come si dice nel gergo colorato della vita quotidiana, si era raschiato il fondo della padella”.

Il problema non era quello di introdurre questa o quell’altra novità per potere spiegare questa o quella anomalia, ma si intravedeva il contrario, ovvero la necessità di modificare concetti basici come “organismo”, “conoscenza”, “realtà”, obbiettività”, ecc” (Guidano V., 1992).

La seconda riflessione da lui apportata si focalizza su un processo di integrazione fra le scienze, provocato dalla perdita dei confini fra le diverse discipline. In questo senso, è manifesto che le scienze influiscano e si modifichino tra loro. Guidano espone tutto ciò in tal modo:

“…se si considerano con la dovuta attenzione i dati offerti dalla convergenza interdisciplinaria prodotta alla fine dei anni ’70 dalla Teoria dei Sistemi, la 2a cibernetica, la termodinamica irreversibile, la scienza cognitiva, quella epistemologica evolutiva, ecc., si arrivava quasi inevitabilmente a un cambiamento radicale della nozione di realtà ed organismo, e, in conseguenza, a un cambiamento nella relazione osservato-osservatore” (Guidano, 1990).

Il termine post-razionalista, secondo Guidano, indica che stiamo vivendo un momento nel quale l’epistemologia empirista è cambiata profondamente nel corso di questo secolo.
Per Guidano, in tutta la psicologia della nostra epoca, nel corso di questo secolo – non ha importanza se si tratti di psicologia comportamentista o di psicoanalisi, o di cognitivismo tradizionale – tutte le psicoterapie non comportano differenze epistemologiche.

Se consideriamo che l’osservatore è ora parte integrante di ciò che osserva, la nozione di realtà cambia completamente. Essa non è più unica: la nozione di realtà, è adesso intesa come una serie di processi che accadono a molti livelli; livelli diversi l’uno degli altri, ma simultanei e subordinati l’uno agli altri. In altri termini, la realtà è considerata come una rete di processi, fra loro interlacciati. E ciò comporta due caratteristiche in più: ogni processo avviene al proprio livello di processamento, che è diverso dagli altri livelli.

In questa nuova prospettiva, il punto fondamentale è che tutti i punti di vista si avverano simultaneamente, a differenti livelli, e non possono essere subordinati tra loro. Ogni punto di vista è vero in se stesso, e la sua apparente contraddizione con quanto sta succedendo ad altro livello, è un’apparente contraddizione per l’osservatore che sta percependo da fuori, e non per il sistema di realtà che sta osservando. In questo senso, ogni contraddizione è un attributo dato dall’osservatore, una contraddizione che emerge dalla sua struttura autoreferenziale. Questi, nel mentre osserva, introduce un ordine in questa rete di processi interfacciati, grazie ai quali le possibili irregolarità inerenti alle interazioni multipli e simultanee, che continuamente hanno luogo, acquisiscono per lui caratteristiche di regolarità. In altre parole: ogni osservazione, lungi dall’essere esterna e neutrale, è autoreferenziale; cioè, si riferisce sempre a se stessa. Pertanto, l’ordine e la regolarità con la quale siamo abituati a trattare le cose e a noi stessi, non sono un quid esterno ed obbiettivamente dato, ma il prodotto della nostra interazione con l’esterno e con noi stessi. Pertanto, sono nostre costruzioni. Questo cambiamento radicale nella concezione delle relazione osservatore-osservato, implica conseguenze epistemologiche, psicologiche, e terapeutiche, di cruciale importanza.
H. Maturana (1990), proporre un nome differente per chiamare la realtà. Fino adesso abbiamo parlato “d’universo”. L’universo è il termine di realtà unica, esterna, tipicamente empirista. L’universo, ossia: le cose vanno solo in un verso. Lui propone il termine di Multi-verso, da sostituire a “universo”. Multiverso è il modo in cui si manifesta la realtà, e il manifestarsi secondo i suoi diversi aspetti, nel suo carattere peculiare; di fatto, noi possiamo soltanto prendere un aspetto della realtà ed ordinarlo nella nostra esperienza. Cioè, è un’informazione su noi stessi, non è un’informazione sulla realtà esterna. Ed è un’informazione sulla nostra esigenza d’ordine, di precisione, di regolarità.

 

Si può pensare che una differenza importante tra la teoria relazionale e il pensiero psicoanalitico classicorisieda nella primaria importanza data alle relazioni interpersonali piuttosto che alle pulsioni, ma in realtà anche le teorie psicodinamiche contemporanee considerano le prime relazioni con la madre il fattore di maggiore influenza per lo sviluppo psicologico del bambino; in base al significato che quest’ultimo attribuisce alle esperienze vissute con la madre empatica si costituirà una immagine interna di Sé e degli altri necessaria per gestire i futuri rapporti interpersonali. La teoria freudiana propone che gli esseri umani siano motivati da istinti sessuali e aggressivi. In quest’ottica l’individuo viene visto come un sistema energetico regolato da tre istanze: Es, Io e Super-io in costante mediazione. La dinamica di questo processo, determina la struttura della personalità, il carattere e l’equilibrio psichico dell’individuo. L’Es rappresenta il processo di personalità presente sin dalla nascita, sede degli istinti la cui meta è la loro soddisfazione; l’Io invece è l’istanza che regola la personalità mediando tra gli istinti dell’Es e l’ambiente circostante, sede dell’intelligenza e della razionalità; infine il Super-io è la componente giudicante, che permette all’individuo di stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Detto questo, la prospettiva intrapsichica, in sé, non esclude necessariamente quella relazionale.

Come sostiene Roberto Carnevali nel suo libro “Scegliere la dipendenza”: “se pensiamo ad esperienze primitive che hanno dato origine a un processo di internalizzazione, e se attribuiamo alla parola “trauma” il significato più ampio di “esperienza traumatica”, intendendo con questo concetto un “clima relazionale” improprio, relativamente esteso nel tempo, che incide sulla formazione degli oggetti interni, possiamo arrivare a delineare il formarsi del mondo interno di un soggetto sulla base delle sue esperienze di relazione con il mondo circostante e le esperienze significative della prima infanzia. Torniamo a Freud e l’Io e l’Es. L’Io viene descritto in relazione col sistema P-C (Percezione-Coscienza), che gli permette di prendere contatto con il mondo circostante e di farsi una rappresentazione della realtà. L’Es è la matrice indistinta da cui l’Io, attraverso l’acquisizione, per l’appunto, di percezioni coscienti, si è differenziato, e può essere dunque definito come la parte più primitiva e originaria dell’Io. La genesi del Super-Io avviene attraverso il costruirsi di un’immagine ideale a cui l’Io cerca di corrispondere; tale immagine morale funge da riferimento, costituendo la coscienza morale cui l’Io tende ad asservirsi, e che lo guida nei suoi comportamenti. In conseguenza di quanto fin qui detto si comprende come si sia formata l’idea di una netta contrapposizione fra Es e Super-Io; l’uno a-morale, l’altro depositario della morale. Ma proviamo invece a rileggere questo discorso cercando di ricostruirne la genesi da un punto di vista relazionale.

L’Es, in quanto elemento indifferenziato (non dimentichiamo che corrisponde esattamente all’Id latino, e non è quindi neppure identificabile con la bipolarità maschile-femminile, essendo di genere neutro) va considerato l’elemento, tra quelli costitutivi del soggetto, più lontano dalla sua individualità. Infatti il soggetto, individuandosi, comincia a dire “Io…”, configurando degli aspetti di sé che si stagliano sullo sfondo di un Es che potrebbe essere considerato come un substrato, la materia grezza che lo costituisce, e che è l’espressione di tutto quanto ha ereditato dal mondo di appartenenza. Nasciamo Es, portandoci dentro i sedimenti di tutto il nostro passato filogenetico e diventiamo Io, segnando dei confini che sono frutto di una nostra scelta sempre più articolata e complessa.

Questo nostro divenire è costellato di esperienza relazionali che ci insegnano cosa dobbiamo fare e prima ancora cosa dobbiamo essere; e in questo processo l’ideale dell’Io svolge una funziona fondamentale. Cosa succede, su un piano relazionale, perché si costituisca l’ideale dell’Io? Le figure genitoriali interagiscono con il bambino portandosi dentro, e dunque manifestando, aspettative che si fondano sugli ideali che a loro volta hanno costituito dentro di sé, apprendendole dai propri genitori.”

Vedi anche il modello psicodinamico delle relazioni oggettuali di Melanie Klein, in cui il “conflitto” nasce nell’interazione, nelle relazioni.

L’Io contiene quindi già in sé i concetti di complessità, di auto-organizzazione fra mondo interno e mondo esterno, potendo trovare molti punti di contatto con il concetto di Organizzazione di Significato Personale (OSP) con il quale ciascun individuo legge la realtà e si riconosce come individuo; l’Io per l’approccio psicodinamico e l’OSP per l’approccio cognitivo-costruttivista incarnano la dimensione di identità, nei suoi aspetti consapevoli/consci (definibili come “struttura esterna aperta” dall’approccio cognitivo-costruttivista) e non (definibili “coerenza interna” dall’approccio cognitivo-costruttivista). Nella psicoanalisi della relazione gli analoghi processi di auto-organizzazione e di eco-organizzazione conducono al così definito “Io-soggetto”.

Così, se per l’approccio cognitivo-costruttivista la coerenza interna di ciascun individuo lavora in gran parte al di fuori della nostra consapevolezza per mantenere un senso di identità e quindi di stabilità, di familiarità, di sicurezza, di adeguatezza, allo stesso modo i meccanismi di difesa della Psicoanalisi classica lavorano sotto soglia di coscienza per mantenere il conflitto intrapsichico fra Es e Super-Io, ossia un equilibrio interno, un senso di identità.

Per quanto riguarda l’approccio mindfulness, Varela ne “la via di mezzo della conoscenza” spiega che il senso di identità stesso altro non è che attaccamento all’ “io-mio”, ad un “io-oggetto”, definendo il concetto del “sé-altro” come un dualismo dialettico che ci da un senso di coerenza e di unitarietà interna, prodotto dall’astrazione linguistico-verbale che ci induce ad ingabbiare il sé in una simmetria tra passato e futuro, generando un sistema di coerenza tacita ed esplicita autoreferenziale, originale, non predeterminata, caratterizzata da un’interdipendenza tra schemi di conoscenza gerarchici e complessi, a controllo interno (processo definito Enaction o, nel linguaggio del costruttivismoe della psicoanalisi relazionaledefinito auto-organizzazione). Varela sostiene che nessun sistema conoscitivo umano sia in grado di discernere fra esperienza esterna e rappresentazioni interne, al punto che le nostre rappresentazioni (del sé, dell’altro e della relazione “sé-con-l’altro”) e le conseguenti strategie di problem solving per affrontare la realtà perturbativa, influenzano l’immediatezza dell’esperienza momento per momento: l’essere umano incarna e filtra l’esperienza, attraverso il processo definito Embodiment” o, nel linguaggio della psicoanalisi relazionaledefinito eco-organizzazione).

È la presenza del mondo esterno che permette la definizione dei propri confini, della propria coerenza interna di significato, come in una “messa a fuoco per contrasto”, rispondendo alle perturbazioni dell’ambiente esterno e/o interno in modo sempre coerente con la nostra organizzazione tacita, rinforzandola. La conoscenza esplicita rimane sempre coerente con il livello tacito che la sottende: è la conoscenza tacitache si esprime nel corpo e che non si esporrà mai del tutto nel livello esplicito, mai del tutto nel guidare la conoscenza esplicitae i nostri comportamenti, imponendoci continuamente un collegamento simmetrico tra passato, presente ed aspettative future. (la conoscenza tacita e la conoscenza esplicita possono sovrapporsi al livello conscio ed inconscio della psicoanalisi classica?).

Anche Vittorio Guidano ne “La complessità del sé” sostiene che la conoscenza umana si complessizzi sempre di più, diventando sempre più gerarchica, categoriale, plastica, flessibile e dialettica, ossia fondata su confronti e contrasti (grazie anche al linguaggio sempre più sofisticato), andando verso un’astrazione e una produzione di sempre più interconnessi e dinamici “schemi interiorizzati di conoscenza”, che sottendono il significato della nostra esperienza. Il filo conduttore della nostra vita è quindi il significato personale della conoscenza: la mente è un sistema autoreferenziale, organizzato e riorganizzato in modo coerente attraverso una chiusura organizzazionale della conoscenza (rappresentata dal livello tacito di cui parla Varela), che integra in modo sempre coerente l’assimilazione delle informazioni esterne, per guidare poi il livello esplicito della conoscenza. Il livello esplicito equivale per Guidano ad un’apertura strutturale, che si complessizza e si gerarchizza sempre più, in un processo dinamico progressivo e continuativo, che tende a mantenere e a rinforzare la propria coerenza interna.

Spesso l’essere umano soffre maggiormente per la perdita della propria “coerenza interna”, ossia per la presa di distanza dal funzionamento adattivo che si è costruito all’interno delle proprie esperienze di vita, più che per l’eventuale dolore provocato proprio da tale funzionamento, quando quest’ultimo risulta disfunzionale. L’irrigidimento (concetto cardine anche nell’approccio Psicoanalitico classicoe Psicoanalitico relazionale) non consapevole in una modalità che è risultata adattiva nel corso della nostra costruzione, può quindi trasformarsi in una modalità disfunzionale di affrontare la realtà nel qui e ora e, di conseguenza, si genera sofferenza. Renderci consapevoli dei nostri automatismi, per poterli gestire in modo più funzionale, può però produrre una sensazione di “perdita di noi stessi”.

Inoltre per l’approccio cognitivista nella sua formulazione evoluzionista (Liotti, 1994-2005), come affermato inizialmente, sottostanti ai processi di conoscenza vi sono i Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI),ossia sistemi di comportamento biologicamente prefissati, volti alla sopravvivenza dell’individuo e della specie; sono sistemi di regolazione fisiologici che organizzano il comportamento sociale, interpersonale, l’esperienza emozionale e la rappresentazione di sé-con-l’altro (Gilbert 1989; Liotti 1991).

I sistemi motivazionali interpersonali (SMI) rappresentano specifiche configurazioni emotivo-comportamentali che definiscono le modalità relazionali a partire dagli obiettivi (motivazioni) che sono alla base dei rapporti interpersonali intenzionali. Sono pattern definiti evolutivamente e possono distinguersi in determinati “sistemi”: attaccamento, accudimento, affiliazione, cooperazione, agonismo e sessualità. Ogni sistema è caratterizzato da particolari configurazioni emotive e comportamentali, che vengono esperite spontaneamente dal soggetto e trasmesse all’altro attraverso processi di comunicazione in prevalenza non verbale (ad esempio postura del corpo, espressione facciale, aspetti para-verbali).

Se un’esperienza emozionale non è cognitivamente attribuita al sistema motivazionale che l’ha prodotta, l’attribuzione di significato a quella emozione può avvenire in un diverso registro motivazionale (Liotti, 2001).

Importante è sottolineare che i sistemi comportamentali sociali di due individui interagenti sono in intrinseco accoppiamento strutturale: ne deriverà quindi che una richiesta di aiuto attivata con il sistema motivazionale di attaccamento provocherà un comportamento di protezione attivando il sistema di accudimento; un atteggiamento di sfida attivato da un sistema motivazionale agonistico provocherà altrettanta aggressività o competitività; segnali seduttivi indurranno l’attivazione di un sistema sessuale, mentre segnali cooperativi porteranno ad altrettanta cooperatività e disponibilità.

L’approccio cognitivo-evoluzionista, come abbiamo già ricordato precedentemente, ha uno dei propri fondamenti nella Teoria dell’Attaccamento, formulata da John Bowlby a partire dagli anni ’50. Quest’ultima ha documentato scientificamente come le relazioni di attaccamento e accudimento sperimentate nella prima infanzia plasmino in ciascuno di noi la rappresentazione di sé (in termini di amabilità e autostima) e degli altri significativi (in termini di affidabilità). In estrema sintesi, ciascuno di noi inizia a strutturare l’immagine di sé e la propria sicurezza personale a partire da come viene pensato e trattato nel proprio contesto familiare e sociale. Un buon grado di accoglienza e sicurezza sperimentate nei primi anni di vita favoriscono la costruzione della rappresentazione di sé dotata di un sufficiente livello di autostima e di fiducia nelle proprie competenze e nell’affidabilità delle persone significative. Abbiamo già visto che a questo insieme di rappresentazioni fondate su esperienze affettive e di aspettative relazionali, Bowlby ha dato il nome di Modello Operativo Interno (MOI). Questo concetto ha consentito l’avvio di un confronto fra il mondo psicodinamico, tradizionalmente orientato a valorizzare gli affetti e gli investimenti emotivi, e quello cognitivista, teso a utilizzare maggiormente costrutti di ordine rappresentazionale.

L’attivazione dei SMI e del MOI, che organizzano il comportamento relazionale nelle varie interazioni di differente natura, è un’operazione mentale di natura non consapevole, che viene percepita soggettivamente attraverso le emozioni correlate a quella attivazione.

Per questa via si rende evidente la compatibilità scientifica fra il concetto di “inconscio” proprio della tradizione psicoanalitica, e il riconoscimento della natura “tacita” e preconscia di tutta una serie di rappresentazioni e di attribuzione di significati, oramai acquisita pienamente dell’approccio cognitivista.

 

 

LA PSICOTERAPIA

Il concetto costruttivista di SMI può trovare quindi molti punti di contatto con l’istanza psicoanalitica dell’Es e, al contempo, riflettersi nella dinamica processuale di Transfert e Controtransfert.

Infatti, il cosiddetto transfert è presente in ogni tipo di relazione interpersonale, e la cornice di un trattamento analitico è la sede elitaria per il dispiegarsi del suddetto. In psicoanalisi si può dire in generale che tale meccanismo naturale viene utilizzato, o comunque dovrebbe essere utilizzato, da colui che è posto nella relazione nel ruolo dell’analista o psicoterapeuta, a fini terapeutici, ovvero per portare avanti e infine a compimento il processo psicoanalitico.

Il transfert è una normale proiezione che può essere positiva (transfert positivo), con connotazioni di stima, affetto, amore per il partner della relazione (Sistema motivazionale di attaccamento, cooperativo, di accudimento o seduttivo), oppure avere una valenza negativa (transfert negativo) quando le emozioni che vengono messe in gioco dal transfert sono per lo più di competitività, invidia, gelosia, aggressività (Sistema motivazionale agonistico), o anche con connotati ambivalenti.

Il sistema motivazionale cooperativo è quello che meglio favorisce l’efficacia del percorso terapeutico (Liotti e Monticelli, 2014). Il fatto che entrino in gioco nella relazione terapeutica dinamiche non cooperative (sia “negative” come quelle legate all’aggressività agonistica, ma anche quelle “positive” non cooperative, come le dinamiche di attaccamento/accudimento e  seduttive) può ostacolare il processo di cura.

Sta alla capacità dell’analista e alla buona volontà dell’analizzato saper gestire le difficoltà della relazione nel migliore dei modi, utilizzandole come opportunità di comprensione e consapevolezza dei modelli, degli schemi interpersonali e del funzionamento del paziente. In questo gioco di forze emotivo-affettive anche l’analista è pienamente coinvolto; si parla infatti, nel gergo proprio di questa disciplina, di controtransfert per intendere la reazione immediata emotiva e affettiva al transfert del paziente da parte di chi dovrebbe sostenere la funzione analitica, ed è qui che l’analista può mettere in atto le sue capacità, che consistono fondamentalmente nel riuscire a prendere distanza dal suo stesso immediato sentire il transfert del paziente.

Questa capacità non è richiesta al paziente proprio per il suo essere nel ruolo di paziente, ma la sua emancipazione da questo ruolo avviene proprio nella misura in cui anch’egli apprende dall’esempio e quindi dalla conoscenza dell’analista a prendere distanza da questo suo immediato sentire che produce il transfert. L’azione dell’analista in questo modo, oltre a testimoniare la potenza del metodo analitico e della funzione analitica, conduce a dissoluzione la dipendenza del paziente dall’analista come figura autoritaria sia pure solo conoscitiva, che era stata indotta da un transfert non risolto o non del tutto risolto nella vita quotidiana.

Parallelamente, utilizzando il linguaggio relativo all’approccio cognitivo-evoluzionista, la relazione terapeutica, in quanto attivatrice di sistemi motivazionali interpersonali, può essere considerata uno spazio privilegiato per riconoscere e attribuire significato alle emozioni sottostanti ai diversi sistemi, e per utilizzare le emozioni e i vissuti che emergono in seduta, allo scopo di leggere i meccanismi che il paziente ripropone nella sua vita quotidiana, per permettergli di osservare i “fili conduttori” dei suoi comportamenti. Uno dei contributi più innovativi di Guidano e Liotti (1983) è stato proprio quello di valorizzare in modo esplicito e coerente con l’approccio cognitivista, l’importanza della relazione terapeutica come fattore di cambiamento nel processo di cura. Il terapeuta lavora affinché il livello di sicurezza e autenticità nella relazione, costituisca per il paziente un’esperienza intersoggettiva in grado di generare in lui una conoscenza nuova di sé, e di promuovere nuove strategie relazionali, nell’ottica di un cambiamento profondo.

Sfruttare come “lente di ingrandimento” dei meccanismi relazionali la relazione terapeuta-paziente, approfittando dell’emozione “calda” che emerge nello spazio-tempo privilegiato della seduta terapeutica, perturba e fa “toccare con mano” al paziente i ruoli che mette in atto nelle proprie relazioni interpersonali quotidiane, in un interscambio continuo fra ruoli complementari dello stesso scenario. Secondo Bruno Bara (2018) la vita quotidiana diviene teatro di meccanismi, che ospita l’individuo e le persone in relazione con lui, permettendo ai “personaggi” di recitare un ruolo, piuttosto che il ruolo opposto, perpetrando il meccanismo, che rimane inalterato. Così, un soggetto può recitare un ruolo dalle caratteristiche aggressive con chi, in modo complementare, metterà in gioco caratteristiche di sottomissione e passività; ma nel momento in cui incontrasse un partner che si rapporta con modalità altrettanto aggressiva, può sperimentare il ruolo complementare opposto, mantenendo vivo e sempre uguale a se stesso il meccanismo: “vittima-carnefice”(v. i ruoli individuali nelle relazioni interpersonali secondo l’approccio sistemico).

Come dice Vittorio Guidano: “il terapeuta è un perturbatore strategicamente orientato[10]”, che facilita la comprensione e l’assimilazione di quanto si va man mano costruendo e decostruendo, osservando attentamente le oscillazioni emotive che si producono in lui, ma soprattutto ascoltandosi ed osservandosi, in una continua oscillazione fra attenzione esterna e interna (v. la funzione della mente-specchio freudiana).

L’atto terapeutico avviene nello spazio-tempo vissuto insieme da terapeuta e paziente. Questi costituiscono una diade, e nessun intervento clinico, a qualsiasi orientamento epistemologico aderisca, può prescindere dalle dinamiche duali che si instaurano tra loro. Bruno Bara le osserva, le scompone e ne fa l’oggetto di una tecnica relazionale trasmissibile in un processo di apprendimento, indirizzata ai curanti di ogni scuola. Richiamandosi alle ricerche neuro-evolutive più avanzate sul cervello sociale e alla propria pluridecennale esperienza di psicoterapeuta, sposta il focus dal tradizionale piano intrasoggettivo centrato sul paziente all’assetto intersoggettivo cooperativo della coppia. Il principale fattore curativo è infatti la consapevole condivisione, nella modalità sincronica del qui-e-ora, di stati cognitivi, emotivi e viscerali con la figura co-empatica del terapeuta, responsabile dell’interazione clinica e attore non protagonista nella messa in atto di schemi patologici. In una disposizione accettante e non giudicante, il terapeuta aiuta il paziente a diventare consapevole degli schemi disfunzionali che agisce, e ad aumentare così i suoi gradi di libertà dalla coazione patologica dei giochi di sofferenza. Alla consapevolezza condivisa si arriva attraverso un’attenzione costante anche agli aspetti comunicativi extra e para-linguistici, ed errori sono sempre possibili – omissioni, disallineamenti, autodisvelamenti inappropriati, illusioni di onnipotenza – ma Bara mette in evidenza come spesso i momenti critici risultino quelli terapeuticamente più significativi.

 

In riferimento a quanto visto fin qui, possono essere messi ulteriormente fuoco alcuni importanti punti di contatto fra differenti paradigmi psicoterapeutici (cognitivo-costruttivista,cognitivo-evoluzionista, psicoanalitico, sistemico e trattamento orientato alla mindfulness), e anche fra psicoterapia e neuroscienze.

Un primo punto riguarda la problematica dei meccanismi di difesa, tema caro all’elaborazione psicodinamica. Attraverso il contributo datogli dalla Teoria dell’Attaccamento, anche il cognitivismo attuale può fare riferimento a questo concetto, considerando come difensivi i meccanismi che consentono al paziente di non percepire, ricordare e integrare le dinamiche relazionali per lui troppo dolorose e comunque non articolabili in modo coerente con la una rappresentazione di sé in corso. Bowlby ha dedicato a questo tema riflessioni attente, rilevando come la difesa da elementi e aspetti dolorosi della realtà sia sostanzialmente riconducibile a processi di “esclusione difensiva” dalla coscienza di quegli elementi e aspetti, che la psicologia cognitiva aveva messo a fuoco negli esperimenti sull’ascolto dicotico (Bowlby, 1986).

Altro punto significativo riguarda il concetto di Sistema Motivazionale che oltre ad essere, come abbiamo visto, un riferimento essenziale dell’approccio cognitivo-evoluzionista, è attualmente utilizzato come costrutto centrale di alcuni interventi di matrice psicodinamica (Lichtenberg, 1996; Ivaldi, 2016).

 

Fra l’altro, la radice biologica e filogenetica dei Sistemi Motivazionali, legata alla loro funzione nella selezione naturale, consente di accogliere nella riflessione psicoterapica anche agli aspetti biologici della prospettiva evoluzionistica (Liotti e Monticelli, 2017). Così l’ottica psicoterapeutica si apre alla possibilità di tener conto dei correlati neurofisiologici della vita mentale, a partire da quelli messi in luce dal lavoro classico di Paul MacLean (1984). Questo è tutt’ora considerato scientificamente valido ed euristicamente utilissimo, per quanto aggiornabile in qualche dettaglio (Liotti 1994-2005). Com’è noto, MacLean documenta come il nostro cervello sia da considerare il prodotto di successive modificazioni filogenetiche. Inizialmente, all’originario cervello dei primi vertebrati (cervello rettiliano) si è sovrapposto il sistema limbico caratteristico dei mammiferi (cervello antico-mammifero). Successivamente, nell’Homo sapiens, è comparsa una neocorteccia estremamente sviluppata che si è sovrapposta alle strutture cerebrali preesistenti. Il comportamento relazionale associato al riconoscimento individuale dei conspecifici è legato al funzionamento del cervello limbico. Il linguaggio e il pensiero simbolico, invece, sono correlati alla comparsa della neocorteccia.

Risulta evidente che questo recupero del sistema nervoso centrale e del suo sviluppo nel pensiero psicoterapeutico, apre una prospettiva di confronto fruttuoso anche con gli studi sul funzionamento mentale legati al paradigma biologico. Si pensi, ad esempio, al contributo dato dalle ricerche sui neuroni specchio alla comprensione dei fenomeni empatici (Gallese, 2003; Ruberti, 2004)

Lo sviluppo di un dialogo collaborativo fra le dimensioni psicoterapeutica e scientifica, sta fra l’altro favorendo l’esplorazione di nuove possibilità di integrazione fra trattamenti farmacologici e psicoterapeutici, superando vecchi atteggiamenti contrappositivi fra le due prospettive di cura.

Ovviamente, nell’integrazione fra approcci differenti occorre stare attenti a non scivolare in operazioni di eclettismo superficiale, che rischiano di accostare o giustapporre in modo confusivo prospettive di trattamento e concetti scientifici basati su differenti presupposti epistemologici.

Per rimanere nel dominio psicoterapeutico, appaiono delicati i rapporti (già in precedenza citati) fra costrutti solo apparentemente sovrapponibili, come quelli di sviluppo personale, di identità, di Sé, personalità, auto-organizzazione, eco-organizzazione, ecc. Infatti, questi termini acquisiscono accezioni differenti a seconda che si assuma, nella ricerca di comprensione del funzionamento mentale e dell’esperienza relazionale, una prospettiva che valorizzi gli aspetti pulsionali, piuttosto che un punto di vista centrato sull’attribuzione di significato nell’organizzazione della conoscenza personale, oppure ancora un’ottica sistemica.

Si pensi ad esempio al concetto di sviluppo. Nella psicoanalisi tradizionale viene spesso inteso come itinerario che attraversa successivamente fasi prestabilite di crescita, per il cognitivismo costruttivista, invece, come processo d’incremento della complessità nell’autorganizzazione della conoscenza personale,  centrata intorno a un nucleo stabile di significati.

Un reale lavoro d’integrazione, pertanto, richiede un rigore metodologico che sappia evitare il rischio di operazioni approssimative e superficiali.

 

 

L’EMDR IN UN APPROCCIO INTEGRATO– L’approccio EMDR per l’elaborazione dei traumi

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio psicoterapeutico sviluppato da Francine Shapiro alla fine degli anni ’80 per il trattamento di memorie traumatiche e di sintomi associati.

Il “core” della tecnica è la focalizzazione sul ricordo dell’esperienza traumatica (immagini, cognizioni, emozioni e sensazioni fisiche associate) e tramite l’utilizzo di movimenti oculari o altre forme di stimolazione bilaterale alternata favorisce la desensibilizzazione e la rielaborazione, con l’obiettivo di stimolarne l’integrazione nella memoria autobiografica della persona, in una prospettiva più ampia ed adattiva.

Il protocollo per l’elaborazione traumatica presenta fondamentalmente due componenti: la focalizzazione, con molti punti in comune con l’atteggiamento della mindfulness, e la Stimolazione Bilaterale (SB). La focalizzazione prevede infatti il richiamo dell’immagine peggiore dell’esperienza traumatica, restare in contatto con l’immagine focalizzandone il pensiero peggiore associato, l’emozione, l’entità del disagio provato e dove lo si prova nel corpo. Mentre la persona mantiene l’osservazione di queste componenti viene aggiunta la stimolazione bilaterale con Movimenti oculari o tattili o uditivi. È fondamentale mantenere per tutto il protocollo un atteggiamento di “dual task”, cioè di contemporanea osservazione non giudicante dell’esperienza che emerge e dello stimolo bilaterale, con atteggiamento di fiducia verso le proprie risorse interne e accoglienza verso se stessi.

Studi neurobiologici e clinici indicano una parziale sovrapposizione con la mindfulness, ma con una maggiore efficacia sulla riduzione della vividezza delle immagini. Sviluppare un atteggiamento di mindfulness appare a sua volta sinergico per l’EMDR favorendo il corretto atteggiamento di osservazione non giudicante e la stabilizzazione del terapeuta durante il processo (Marcel A. van den Hout et al., 2011; FM Corrigan, 2002; TF Sun et al. 2004).

L’efficacia dell’EMDR nel trattare il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) è stata mostrata da numerose meta-analisi (Van Etten and Taylor, 1998; Bradley et al., 2005; Davidson and Parker, 2005; Seidler and Wagner, 2006; Benish et al., 2008; Jonas et al., 2013; Chen et al., 2014, 2015) ed è ad oggi riconosciuta dalle linee guida del WHO (2013) come psicoterapia di elezione per il trattamento del DPTS in bambini, adolescenti ed adulti.

Inoltre, l’applicazione della terapia EMDR non è limitata al trattamento delle persone con DPTS e il suo uso è attualmente in espansione per il trattamento di altre patologie e disturbi (comorbidi al DPTS e non) come, ad esempio, i disturbi dell’umore (Carletto et al., 2017; Ostacoli et al., 2018; Novo et al., 2014), il dolore cronico (Schneider et al., 2005; de Roos et al., 2010; Gerhardt et al., 2016), le dipendenze (Markus & Hornsveld, 2017; Carletto et al., 2018) e il disturbo ossessivo-compulsivo (Marsden et al., 2017).

L’approccio EMDR si basa sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP; Shapiro et al., 2011; Solomon & Shapiro, 2008). Secondo l’AIP, gli esseri umani hanno un sistema di elaborazione delle informazioni innato che memorizza nuove esperienze in reti di memoria esistenti in uno stato adattivo.

La patologia si verifica quando le nuove informazioni vengono elaborate in modo inadeguato e quindi archiviate in una modalità disadattiva. Solo se questo sistema di elaborazione delle informazioni innato è compromesso, la memoria verrà archiviata in una forma grezza, non elaborata e disadattiva. Un evento traumatico può quindi essere immagazzinato in maniera disfunzionale in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, essendo come “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti che contengono informazioni adattive, non riescono ad essere elaborate dal sistema e continuano ad essere elicitate da stimoli interni ed esterni. Queste memorie immagazzinate in maniera disfunzionale costituiscono la base per future risposte disadattive, poiché le percezioni delle situazioni attuali sono automaticamente collegate alle reti di memoria associate a queste memorie non elaborate e disfunzionalmente immagazzinate. Queste memorie possono essere definite anche come memorie patogenetiche (Hase et al., 2017), ovvero memorie implicite maladattive che provocano intrusioni quando vengono attivate da stimoli interni o esterni e sono generalmente accompagnate da un’attivazione autonomica.Uno dei principi chiave del modello AIP è che queste memorie disfunzionalmente immagazzinate e non completamente elaborate sono alla base dell’insorgenza di sintomi e patologie come il DPTS e altri disturbi psicologici.

Negli ultimi anni si sono infatti accumulate molte evidenze scientifiche inerenti il ruolo dello stress e dei suoi correlati neurobiologici nell’insorgenza e sviluppo di diverse patologie psichiatriche. Numerose ricerche hanno messo in luce come le cosiddette esperienze sfavorevoli infantili (che includono abusi fisici, sessuali ma anche il neglect emotivo) possano essere considerate fattori aspecifici (Felitti & Anda, 2010; Nemeroff, 2016) in grado di aumentare la probabilità di insorgenza di diverse patologie sia fisiche sia mentali, oltre che influenzarne il decorso, peggiorarne la prognosi, provocare ricadute nel caso di patologie tendenzialmente croniche, non solo nel caso del DPTS, di disturbi d’ansia, dell’umore o dissociativi, ma anche per quelle gravi patologie psichiatriche considerate conseguenza di una marcata vulnerabilità biologica come la schizofrenia e il disturbo bipolare.

In accordo con il modello AIP, queste memorie immagazzinate in modo disfunzionale diventano il focus del trattamento con EMDR al fine di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere a una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. L’integrazione nelle reti di memoria adattiva porta a una risoluzione di sintomi, come è stato mostrato anche in studi di neuro immagine i quali hanno messo in luce come dopo il trattamento con EMDR si osservi uno spostamento dell’attenzione emotiva alle regioni corticali, con un ruolo dominante a livello cognitivo e sensoriale. La traccia mnestica dell’evento traumatico si sposta da uno stato subcorticale implicito a uno stato corticale esplicito, in cui diverse regioni cerebrali partecipano all’elaborazione dell’esperienza (Pagani et al., 2012).

Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

L’EMDR è un approccio validato ed efficace per l’elaborazione dei traumi ma nella pratica clinica è fondamentale che sia inserito in un modello psicoterapico comprensivo che permetta di inserire l’elaborazione degli eventi di vita all’interno del processo terapeutico complessivo, tenendo conto delle motivazioni del paziente, delle sue fragilità e risorse e delle caratteristiche della relazione terapeutica.

 

 

MINDFULNESS E PSICOANALISI

Negli ultimi 20 anni la mindfulness e gli interventi basati sulla mindfulness hanno ricevuto crescente attenzione da parte della comunità clinica e scientifica per via dei loro effetti benefici in una larga varietà di condizioni mediche e psicologiche (1). La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito e in maniera non giudicante all’esperienza del momento presente, momento dopo momento (2). Interventi di gruppo basati sulla mindfulness della durata di 8 settimane tra cui la Mindfulness based Stress Reduction si sono dimostrati efficaci per numerose condizioni cliniche quali la riduzione dei sintomi d’ansia e dell’umore (3), la riduzione dello stress (4, 5) e la riduzione di sintomi fisici e psicologici in numerose condizioni mediche tra cui quelle connesse a diverse forme di dolore cronico (6).

A partire dagli anni ’90 del secolo scorso, la mindfulness ha iniziato ad essere integrata in modo sempre più massiccio nel contesto delle moderne psicoterapie occidentali, prevalentemente da parte della terapia cognitivo-comportamentale, nel contesto di percorsi di gruppo quali la Mindfulness based Cognitive Therapy (7), di percorsi individuali quali l’Acceptance and Commitment Therapy (8) e di percorsi sia individuali che gruppali come la Dialectical Behavioral Therapy (9). Ad oggi tutti questi interventi hanno ottenuto larghi riscontri in termini di efficacia per numerosissimi disturbi psicologici tra cui la cura e la prevenzione delle ricadute nel disturbo depressivo maggiore e la cura di numerosi disturbi d’ansia e somatoformi, oltre che del disturbo borderline di personalità (10).

In parallelo, seppure in misura minore, la mindfulness ha suscitato molto interesse anche nella comunità degli psicoterapeuti ad indirizzo psicoanalitico/psicodinamico (ad es. 11, 12). Sebbene meno studiate rispetto alle terapie cognitive, le terapie ad orientamento psicoanalitico si sono a loro volta dimostrate efficaci in numerosi studi (13). Secondo autori ben informati sia sul mondo della psicoanalisi che della mindfulness e delle pratiche buddiste tra cui la meditazione Vipassana e Zen da cui la mindfulness deriva, mindfulness e psicoanalisi non sarebbero costrutti e procedimenti antitetici. Anzi, potrebbero essere modalità complementari e integrabili atte a raggiungere il medesimo fine; lo sviluppo della consapevolezza e la liberazione da fattori mentali ostruenti presenti in una mente non allenata all’essere consapevole, quali la tendenza alla distrazione, al rimuginio, alla preoccupazione e al non voler vedere aspetti sgraditi di sé, al fine di promuovere una visione maggiormente chiara delle cose così come sono e una maggiore stabilità emotiva (11, 12).

Queste ultime indicazioni sono da intendersi come ancora strettamente collegate ai codici della cosiddetta psicologia buddista e sono presentii in modo significativo ed originale nelle elaborazioni tecniche e cliniche offerteci da molteplici orientamenti e approcci meramente cognitivo-comportamentali.

Ma al di là dello specifico buddista, la Mindfulness, negli ultimi 40/50 anni, si è ridefinita in Occidente come quella qualità della mente umana capace di diventare operativa ed orientativa anche nella pratica clinica e, pur conservando il legame con le radici profonde del pensiero spirituale, ha ampliato, precisato, arricchito e in parte modificato creativamente alcuni tratti delle sue definizioni e il contesto di applicabilità. Essa quindi può essere oggidì considerata un elemento preziosissimo di supporto alla psicoterapia fino a diventarne indispensabile corollario e attributo illuminante,  particolare e assai ampio, di ciò che accade durante la relazione di cura al di là di ogni tecnica adottata.

Dice J. Kabat-Zinn (13): “La capacità di portare attenzione alla cose così come sono in modo non giudicante momento dopo momento, tende a favorire lo sviluppo, da parte di un terapeuta mindfulness-oriented, di una raffinata e profonda capacità di consapevolezza ampia di sè e del cliente che permette l’accesso a sottili fili relazionali ed interattivi che nascono, si costruiscono, intercorrono e si trasformano durante una relazione terapeutica.

Tali sottili fili relazionali e interattivi nella coppia terapeuta-cliente, si costituiscono attraverso lo scambio di pensieri che avviene attraverso il dialogo clinico ma includono anche ogni accensione e passaggio di emozioni e ogni interazione basata sulle risposte somatiche costantemente e unitariamente presenti in ogni relazione umana, e dunque anche in quella psicoterapeutica. (14) riferimenti bibliografici che sia implicitamente sia esplicitamente riguardano questo approccio sono ormai diffusi.

È evidente che se ci si addentra in una clinica in cui si coltiva la mindfulness, ci si sposta inevitabilmente verso un approccio olistico, ovvero quello che prevede la non separazione fra mente e corpo e l’interconnessione a rete dei soggetti (la coppia paziente terapeuta) in interazione. Ora per uno psicoanalista contemporaneo e moderno sembra poter essere arricchente, accanto all’analisi personale, una intensa profonda formazione mindfulness-based, accompagnata da una regolare pratica di meditazione sia nella sua componente di pura consapevolezza e visione profonda così come prescritta dalla meditazione Vipassana sia in quella dello sviluppo della compassione  e dell’accettazione nelle pratiche contemplative del Buddismo Tibetano.

Il modello teorico di riferimento che all’interno della psicoterapia dinamica meglio si dà come in grado di costruire un’integrazione tra le tecniche tradizionali e le pratiche mindfulness-based, è costituito da quello intersoggettivo-relazionale  (15) che tra l’altro vede la relazione terapeutica come necessariamente fondata sull’empatia, l’ascolto, la piena consapevolezza del momento presente e l’attenzione non giudicante al qui e ora nello spazio terapeutico. Il qui e ora e lo spazio terapeutico sono le categorie fondamentali all’interno delle quali ogni diade paziente-terapeuta si muove nella co-costruzione degli accadimenti relazionali interattivi complessi, ovvero quelli non limitati alla mera comunicazione verbale. Sembra anche possibile comporre un modello ibrido che tenti una sintesi fra la Teoria del Campo Relazionale dei coniugi Baranger, (16) che con il concetto di “bastione” mette a fuoco l’esistere di stati connettivi inconsci che non appartengono più o al terapeuta o al paziente ma ne costituiscono una specie di sintesi derivata, e la Diadico-Sistemica così come proposta da B. Beebe, Lachman (17) Quest’ultima offre la sua raffinata capacità di precisare le forme e i movimenti degli stati di connessione o meno della coppia nella stanza della terapia. D’altra parte le radici intersoggettiva e relazionale di un modello mindfulness-based (il quale, ricordiamo, non può prescindere da una visione sistemica) di interconnessione e di interdipendenza costanti, possono essere ulteriormente rintracciate nella coniugazione delle elaborazioni di Stolorow e Atwood (18) assieme alle successive integrazioni del movimento relazionale cosi come elaborato alle fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo della divisione 39 del’APA (meeting of mind), con le linee guida elaborate da Jon Kabat-Zinn anche al di là del suo programma di insegnamenti noto come MBSR (19)

Il punto centrale di questo approccio è che la relazione terapeutica è sempre costituita da soggettività in interazione che influenzandosi reciprocamente – a volte confrontandosi in modo contrastante,  a volte congiungendosi e disgiungendosi in continuazione, in un continuo processo di contatto-in-accordo o disconnessione-in-disaccordo – creano un campo relazionale all’interno del quale la diade soggetto-soggetto o se si vuole soggetto-altro, va a costituire una sorta di spazio noi centrico.(20)Il soggetto di cui si parla all’interno di questo modello non deve essere inteso tanto come un’istanza psichica o una componente strutturale (come invece si potrebbe pensare parlando dell’ego, che tra le altre cose, in una prospettiva mindfulness based, viene colto nella sua inconsistenza e nella sua irrealtà), ma piuttosto come un, anche se a volte rarefatto, processo che accade in modo continuo, capace di assumere diverse tonalità e colorazioni, colto più o meno in modo continuo  attraverso la presenza mentale così come viene intesa dalla mindfulness e quindi al di là della sua nominazione. La complessità di questo processo pone anche la messa in crisi del concetto di Sé come qualcosa di unitario, perché ne individua la costituzione multipla caratterizzata dalla compresenza in figura o sfondo di Stati multipli del Sè stesso così come elaborato da Bromberg. (21) In questo senso sembra possibile poter parlare di continui accadimenti diadico interattivi delle varie componenti del Sé sia del terapeuta che del paziente, momento dopo momento, sia nella singola seduta, sia nell’onda lunga del processo psicoterapeutico. In questa prospettiva di tipo intersoggettivo-relazionale, pur non vedendo escluso del tutto il tradizionale concetto psicoanalitico di inconscio dinamico, si tende a recuperare e a privilegiare il concetto di “implicito” come regolatore delle dinamiche dell’interazione nella stanza d’analisi così come presentato da Stern (22) ovvero ciò che riguarda e implica l’utilizzo della memoria procedurale invece che esclusivamente di quella esplicita narrativa. Il rapporto fra mindfulness e conoscenza dell’implicito che accade nella relazione si fa oggi sempre più evidente, a partire dalle intuizioni delle applicazioni cliniche della mindfulness alle tematiche somatopsichiche, come dichiarato ad esempio dalle Sensorimotor Psychotherapy (23). Lo sviluppo della posizione del testimone e dell’osservatore mindfulness-oriented già permette di cogliere, sia da parte del paziente sia da parte del terapeuta, stati somatici, emozionali, contenuti ideativi, inerzie all’azione nel momento in cui nel presente accadono proprio mentre ci si illude di stare semplicemente parlando e immaginando. Inoltre la consapevolezza mindfulness, portata nella relazione analitica, permette l’accensione di quel processo di dis-identificazione, dissociazione non patologica così come è stato definito da G.Civitarese nel suo libro L’intima Stanza(24), che riguarda il poter dire; “l’io che penso di essere non sono, c’è altro rispetto ai pensieri che scorrono in continuazione e che non sono fatti, i pensieri non esistono di per sé”. I pensieri inoltre, anche se in modo a volte difficilmente percepibile, sono sempre collegati a uno stato somatico ed uno emozionale e non separabili. Tale modo di operare nel processo psicoterapeutico può essere sostanzialmente acquisito solo attraverso l’addestramento alla pratica meditativa fino allo sviluppo di quella consapevolezza mindfulness che permette la messa in sospensione dei processi cognitivi dichiarativi tipici dell’ego, operando quel processo di disidentificazione che conduce a un semplice e puro percepire ciò che sta accadendo nell’interazione dei Sé, cogliendo il conoscere relazionale implicito mentre accade.(24) Non che si possa o si debba escludere il  processo di cognizione cosciente, fatto inoltre pressoché difficilissimo se non impossibile ma, attivando un movimento oscillatorio che da dentro la sfera dell’ego ne permetta  più o meno facilmente la fuoriuscita temporanea, si riesce a percepire elementi formali sostanziali e costitutivi più basilari dell’interazione clinica, le geometrie dell’incontro, le distanze, i movimenti verso, o via dalle, esperienze di intimità. Tali elementi fondamentali della sfera dell’implicito verrebbero colti grazie a una sorta di deliberata “agnosia terapeutica temporanea” che permette di vedere ciò che invece normalmente è celato dalla e nella categorizzazione cognitiva. In altri termini si giunge a conoscere come la triade pensiero-emozione-sensazione sia continuamente condizionante e condizionata dalle forme dell’interazione tra il paziente e il suo terapeuta, dando una prospettiva della definizione di transfert più larga e completa. Il terapeuta dunque non solo sarà posizionato sull’essere osservatore partecipe, e neanche solo sull’essere un partecipante che osserva (25), ma testimone puro mindfulness-based che, con modalità di sottile ricettività empatica, non intrusiva, coglie la relazione interattiva e sistemica di parti di sé con parti del paziente come si attualizza nella diade. Siamo nel costrutto teorico del “terzo analitico” di Hogden  (26)nutrito vieppiù dalle derivanti mindfulness-based. Si tratta, per tornare a un linguaggio psicoanalitico, non tanto e non solo di capire oltre il transfert e il controtransfert ma di coglierne la reale complessa morfologia cognitivo-emotivo-somatica, consapevoli tra l’altro della bidirezionalità del processo ovvero di come lo scambio clinico sia attivato anche inconsciamente non “sempre dal paziente” ma anche dal terapeuta stesso. In questo senso diviene sostanziale il cogliere i punti in cui l’accadimento temporale della seduta che li sostiene sarà Kairòs piuttosto che Crónos. È anche un completamento del concetto di stati multipli del Sé con quello di stati multipli delle interazioni.

Dunque non si tratta solo più del transfert o del cogliere all’interno del proprio Sé, da parte del terapeuta, l’inevitabile azione del contro-transfert, bensì di accorgersi di come nell’interconnessione e nell’interdipendenza costante, i due elementi si influenzino reciprocamente andando a costituire coppie danzanti di diadi in interazione. Ogni singola caratteristica del paziente entra in contatto con un aspetto concordante e/o complementare del terapeuta (ed entrambi ne possiedono un certo numero), al quale è dovuto il compito di comprenderne l’esistenza e lo svolgimento nell’accadimento del processo terapeutico. Questa cosa può essere facilitata e sviluppata, se non addirittura resa possibile, attraverso quella particolare funzione della mindfulness che consiste nella capacità di sospendere il giudizio cognitivo, comprendere il proprio processo di pensiero e le sue radici motivazionali egoiche, prenderne una giusta distanza, sentirne la componente emotiva e quella sensomotoria, ovvero la sensazione corporea che la accompagna, e infine  tutto il processo senso-psicomotorio in accadere. In questo accadere clinico, embodied (27) assurge a fondamentale la scelta tecnica da parte dell’analista della possibilità e della capacità di oscillare costantemente tra la dimensione ideativa, mentale, delle libere associazioni e l’attenzione sospesa e la focalizzazione nel qui ed ora della componente del “Felt sense” (28) (parafrasando Bion (29) da K verso O e viceversa) che ora può diventare un momento d’intervento clinico importantissimo perché in grado di completare ciò che nella tradizione era rappresentato esclusivamente dall’interpretazione psicoanalitica. Tale capacità di oscillare appartiene in modo significativo e importante al bagaglio tecnico di un terapeuta formatosi nella direzione della mindfulness il quale riesce, avendo a disposizione una sorta di strumento percettivo in grado di cogliere lo spettro di diffrazione relazionale, ad aprirne il campo ad ogni suo elemento fondante, e accompagnare se stesso e il paziente all’analisi dell’accadimento interattivo che costituisce la base sulla quale vengono poi spese le parole. La danza diadica dei felt sense dell’analista del suo cliente ovvero la componente esperienziale della relazione terapeutica costituita da un insieme non scindibile di pensieri, emozioni, sensazioni. reazioni, tensione in continuo scambio clinico, diventa la garanzia di un possibile cambiamento terapeutico. L’ipotesi eziopatogenetica della sofferenza mentale infatti a cui si fa riferimento al di là delle componenti biologiche e storico sociali è quella che spiega il disagio psichico come creatosi a partire dalle esperienze relazionali precoci negative che accadono quando la diade caregiver/caretaker-bambini fallisce nel suo costituirsi come connessa, sintonica sufficientemente adeguata. Quando la relazione primaria è maldestra, non è in grado di rispondere alla dialettica soddisfazione-mancanza o sicurezza-autonomia, evolutive. Il reiterato disconoscimento del genitore nei confronti dei messaggi dal bambino, delle emozioni, la dis-percezione dei bisogni, delle intenzioni, altrove chiamata mancanza di rêverie se non addirittura rêverie negativa, conduce alla sofferenza somatica, emotiva e ideativa, mappata nel sistema nervoso centrale, in quello periferico e nel corpo intero. Dunque la cura implica la necessità che la terapia si centri sulla co-costruzione di un’esperienza di relazione e di riconoscimento profondo totale empatico e compassionevole che permetta al paziente di vivere realmente un qualcosa di nuovo e possibile. Si tratta di costruire stati relazionali e intersoggettivi tra terapeuta e cliente che favoriscano il crearsi una sorta di esperienza rigenerativa vissuta, e non solo dichiarata, che non può non avvenire se non attraverso una profonda sintonia tra i due membri del sistema diadico. Trattasi di bonificare un’incompetenza emotiva originaria del genitore che è diventata incompetenza a vivere del paziente e che è contemporaneamente la causa e l’esito finale della relazione primaria disturbata. Tale stato psicopatologico può essere dunque originato sia da esperienze traumatiche ed abusanti sia, come accennato, da esperienze velenose che sono alla base della rovina psichica. Date queste premesse, se ne deduce che la terapia debba caratterizzarsi nel realizzare un contesto relazionale che renda possibile in certi casi una sorta di rianimazione e rivitalizzazione di ciò che nel Sé del paziente è andato mortificato se non distrutto. L’approccio olistico, che caratterizza una terapia mindfulness-oriented, implica che, al di là dell’analisi dei contenuti psichici espressi nella narrazione biografica, si debba procedere attraverso la presa d’atto del fatto che la sofferenza è anche, e a volte soprattutto, inscritta in una dimensione somatica corporea (embodied) la quale manifesta il suo modo di essere nel presente della seduta. È a questo punto che la dimensione esperienziale clinica, colta nei suoi costituenti principali e fondanti attraverso l’approccio mindfulness-oriented, sintesi di visione profonda e compassione, diventa un possibile fattore di cambiamento. Il circolo della bidirezionalità corpo-mente, in quanto elementi strettamente connessi e inseparabili, così come suppone che attraverso la parola si possa curare il soma, così apre allo spazio di particolari interventi body-oriented attentamente e delicatamente somministrati attraverso momenti di pausa del pensiero, e di focalizzazione sulle sensazioni che sorgono nella seduta attraverso l’esercizio della mindfulness. Risulta possibile centrare i momenti di felt sense che sorgono nel campo relazionale diadico-sistemico, legati a un particolare contenuto di cui si sta parlando, o al contrario completamente dissociati da un’espressione somatica evidente ma non verbale, a patto che si sappia accettarli per non attivare movimenti dissociativi. La mindfulness diventa così lo strumento importantissimo, se non indispensabile, per cogliere questi sottili intrecci; e dunque un addestramento e il suo apprendimento possono costituire un momento formativo specifico indispensabile non solo per qualsivoglia impostazione tecnico-clinica ma anche per lo psicoterapeuta dinamico, che per tradizione ha a che fare con le problematiche degli effetti del controtransfert, associandolo all’analisi personale. In definitiva ogni momento in cui all’interno di una psicoterapia dinamica si decida di focalizzarsi su un trattamento che includa il “something more than interpretation” (30), questo potrebbe richiedere la capacità di assumere da parte del terapeuta la posizione mindfulness based e dunque supporne la preparazione all’utilizzo della stessa. Prima della parola il cucciolo di uomo basa la sua comunicazione e la sua ricerca di relazione su una serie di azioni, posizioni e movimenti che implicano simultaneamente il contatto visivo e quello corporeo in generale, compresa la continua ricerca della distanza salutare dei confini relazionali nell’interazione col corpo dell’altro. Queste modalità sembra vadano a fondare la componente somatico emotiva delle strutture interattive e rimangono in una qualche misura fissate per il resto della vita. Quando alcune di esse si sono costituite sulla sofferenza produrranno psicopatologia. In questo senso l’obiettivo terapeutico non potrà prescindere da interventi specifici che riguardano la risistemazione, e se necessario la bonifica nel campo relazionale e interattivo della seduta, della modalità somatica implicita nelle relazioni diadiche che sostengono, precedono e seguono ogni narrazione. Stiamo naturalmente anche percorrendo il campo della neuroplasticità e della neurocezione così come sono state espresse negli studi e nelle sperimentazioni di Siegel In ultima analisi, per uno psicoanalista terapeuta può essere necessaria la capacità di praticare la meditazione di consapevolezza al fine di sviluppare uno stato di mindfulness e averlo a disposizione in modo tale da raggiungere la conoscenza profonda e l’accettazione aperta totale del paziente e contemporaneamente delle proprie reazioni al paziente stesso, e apprendere clinicamente come questo si possa articolare nella conduzione di una caso clinico.

 

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MUSICOTERAPIA

La musicoterapia è una disciplina che studia il rapporto suono–essere umano. Il suono è la percezione soggettiva della vibrazione di un oggetto in movimento all’ interno di un mezzo elastico. Intensità e frequenza determinano entità e numero, nell’ unità di tempo, di pressioni esercitate sul mezzo. Pertanto, ascoltare musica significa esporsi consapevolmente a quell’ energia, che l’atto di suonare ci permette di esprimere. Il nostro organismo, in costante movimento è riconducibile a funzioni di frequenza, così come le emozioni, in quanto prodotti del nostro sistema psico-fisico. Lavorare attraverso il suono permette di stabilire associazioni tra emozioni e vibrazioni, così da assumere maggiore consapevolezza del proprio sentire. Affiancando un suono ad una emozione è possibile rendere tangibile l’emozione stessa, nonché esprimerla e condividerla in modo socialmente adeguato. La musica presuppone il coinvolgimento di abilità cognitive, quali l’attenzione e la concentrazione, oltre che relazionali ed emotive. Pertanto, in termini riabilitativi, un utilizzo strategico di questa risorsa può favorire lo sviluppo percettivo e cognitivo, nonché una gestione consapevole della propria emotività. Le tecniche musicoterapiche offrono l’opportunità di esprimere aspirazioni e bisogni, promuovono l’esplorazione delle proprie emozioni e la condivisione delle stesse in una cornice relazionale che facilita la liberazione di inibizioni motorie e psicologiche. Gli esiti concreti di un intervento musicoterapico sono apprezzabili in termini di maggior capacità nella gestione delle emozioni come esito di monitoraggio, controllo ed espressione delle stesse. Vantaggi secondari sono riconducibili all’ autostima, alla socializzazione e alla valorizzazione della propria creatività.

In considerazione delle premesse esposte, la musicoterapia viene presentata come modalità d’intervento utile a promuovere consapevolezza ed espressione di contenuti personali attraverso un canale comunicativo alternativo alla parola. In un’ottica integrativa, coerente all’indirizzo che la scuola offre, questo approccio consente l’esplorazione della persona coniugando contributi afferenti a differenti modelli, con particolare rilevanza a quelli cognitivista, relazionale e psicodinamico. Un ruolo decisivo nel contesto musicoterapico è ricondotto alla dimensione corporea, che concede l’opportunità di influenzare retroattivamente in modo strategico e sensato il sistema nervoso centrale, secondo una modalità di intervento di tipo bottom up. La riflessione e il confronto verbale che seguono l’esperienza corporea rappresentano il canale top down, a costituire in modo complementare una ciclicità continua che promuove la conoscenza di sé. Questa modalità di conduzione è compatibile con il modello costruttivista che prevede l’alternanza tra l’Io che esperisce e l’Io che esprime. Il riferimento alle vie top down e bottom up costituisce inoltre un’interessante condivisione con l’intervento basato sulla mindfulness. In relazione all’importante contributo delle neuroscienze, l’approccio di musicoterapia che la scuola propone è altresì finalizzato a fornire stimoli che comportano la partecipazione di entrambi gli emisferi del nostro diencefalo, prevedendo il coinvolgimento di abilità emotive, relazionali e cognitive. Un utilizzo consapevole di questa modalità d’intervento permette pertanto di sollecitare in modo strategico specifiche aree cerebrali al fine di incrementarne la funzionalità eventualmente lacunosa. In un’ottica di integrazione che riconosce importanza al diencefalo nella sua complessità risulta particolarmente interessante strutturare contesti terapeutici in grado di stimolare entrambi gli emisferi in modo sincrono così da promuovere sintonia e stabilità.

 

 

L’ARRICCHIMENTO DERIVANTE DALL’INTEGRAZIONE DI APPROCCI

Lorenzo Cionini, psicologo e psicoterapeuta, usa spesso una metafora anche a lezione con i suoi studenti: “l’importante è capire qual è il vestito che ti sta bene addosso rispetto ai diversi modelli di psicoterapia. La preferenza e la scelta di un modello piuttosto che un altro dovrebbe essere fatta in funzione del fatto che io sento che quel mio modo di vedere il mondo da una parte e poter lavorare in termini clinici e terapeutici dall’altra mi corrisponde rispetto al mio modo di sentire e pensare di pormi in relazione con l’altro”; ma, a proposito dell’efficacia dei diversi approcci, spesso ci si chiede quale approccio sia maggiormente efficace rispetto ad altri.

Il punto fondamentale è cosa si intende per efficacia, perché l’efficacia non riguarda semplicemente la scomparsa o riduzione dei sintomi, bensì il rivolgersi ad un cambiamento nucleare, identitario.

La modalità di approccio, quindi, non deve basarsi esclusivamente su tecniche che si concentrino sul sintomi, ma richiede una modalità di verifica del risultato che si basa su quanto certi aspetti nucleari si siano trasformati al di là del cambiamento del sintomo.

Ogni singolo approccio è intriso di elementi che rendono efficace la terapia, elementi che possono apparire così distanti da sembrare quasi in opposizione; eppure sono così vicini da garantire, spesso, il medesimo risultato, la medesima efficacia.

Questa riflessione ci permette di pensare che i diversi approcci psicoterapeutici appartengano ad una “casa madre” comune, derivino da una medesima matrice generativa, dalla quale poi si distanziano per assumere i più disparati aspetti, che tra loro, però, possono contemporaneamente completarsi e potenziarsi.

Ci siamo chiesti, a questo punto, perché scegliere? Perché scegliere di “vestire” un unico stile, indossare unicamente alcuni abiti, come se dovessimo aderire in modo categoriale ad una tendenza stilistica piuttosto che ad un’altra, o ad un movimento artistico piuttosto che ad un altro? Perché rinunciare ad alcuni aspetti o, in alternativa, integrarli, adattandoli ad un approccio che funga da “protagonista assimilatore”? Perché non utilizzare un linguaggio comune per leggere i vari approcci, favorendo la focalizzazione sui loro punti di contatto?

Nella Scuola in questione, infatti, non ci si riferisce ad una semplice integrazione assimilativa, bensì ad una vera e propria integrazione di approcci, che incroci e sovrapponga, nei relativi punti di contatto, le matrici fondanti dei diversi indirizzi, ivi comprese le teorie della mente.

Integrazione assimilativa è un concetto totalmente diverso dall’integrazione di più approcci; l’integrazione assimilativa, infatti, parte da un basilare modello, con certi parametri epistemologici e teorici di fondo, dopodiché ci si può affacciare ad elementi appartenenti ad altri modelli, perché li si sente vicini o perché possono sembrare utili; ma questa assunzione implica necessariamente la trasformazione della procedura della tecnica stessa, che deve essere resa coerente con il modello di fondo, mantenendo una cornice unitaria, che non cambia.

L’integrazione assimilativa permette, quindi, di assimilare all’interno di un iniziale modello procedure che derivano da altri modelli, ma non è possibile definire questo tipo di approccio come integrato poiché, nel momento in cui si integri una procedura all’interno del proprio modello, è necessario verificare se questa procedura è coerente con i propri principi. Ne converrà che bisognerà adattare la nuova procedura al vecchio contenitore e necessariamente trasformarla; la visione da ottenersi sarà una casa madre all’interno della quale riconoscersi, con alcune incursioni in aree limitrofe; un inglobamento, all’interno di un’iniziale matrice, di arricchenti elementi.

L’integrazione in psicoterapia, invece, nasce dall’esigenza di molti clinici di mettere insieme modelli teorici differenti, talvolta in netta contrapposizione tra loro, al fine di costruire un metodo di Psicoterapia capace di abbracciare le esigenze della persona in modo più flessibile e completo.

Nella Scuola in questione si vuole ereditare dal cognitivo-costruttivismo la visione della persona nella sua globalità, intesa quale attiva costruttrice di teorie di interpretazione del mondo e della realtà. La realtà non esiste, quindi, indipendentemente da chi la osserva (realismo), né è un semplice artificio mentale del soggetto pensante (idealismo), ma è dipendente da chi la guarda ed è vincolata dal sistema che conosce e dalle sue caratteristiche. Il focus dunque è sulla persona con le sue teorie di conoscenza e il modo per costruirle. Ne consegue che non esiste una realtà oggettiva a priori, ma una realtà interpretabile in molti e alternativi modi (alternativismo costruttivo[11]). Le varie costruzioni teoriche alternative non possono essere giudicate attraverso il principio di verità, ma solo attraverso la loro utilità.

Questa visione nella pratica clinica induce il terapeuta a vigilare costantemente sull’inclinazione di tutti gli uomini (e quindi anche di se stesso) ad assolutizzare le proprie esperienze, tramutandole in certezze, e a dare valore al racconto del paziente anche quando si allontana dalla propria visione. Anche il sintomo, ha una sua funzione e soprattutto una coerenza nel sistema di significati del paziente. L’alternativismo costruttivo è un invito aperto a ripensare, rivisitare, riconsiderare e migliorare i modi per comprendere se stessi e gli altri. Compito del terapeuta è cercare di vedere le cose con gli occhi del paziente invece che inserirle a fatica dentro una qualche teoria pre-esistente. In quest’ottica possiamo pensare alla terapia come un processo di ricerca: il terapeuta è il supevisore, esperto del metodo; il paziente, il ricercatore esperto della materia.

La peculiarità che si vuole ereditare della psicoanalisi è la distinzione tra l’Io e i processi non consapevoli. Si opera una distinzione tra la parola che viene dall’Io (quella di cui abbiamo una padronanza) e la parola che viene dall’inconscio (sintomi, lapsus, atti mancati, sogni).

L’Io è tutto ciò che è attribuibile alla coscienza e alla volontà, l’inconscio invece è tutto ciò che sfugge al controllo del soggetto, ma che lo influenza attivamente.

Far emergere il desiderio inconscio del soggetto spezza quindi la coazione a ripetere che alimenta i sintomi, permettendo al soggetto di liberarsi da condizionamenti e aspettative altrui (altro genitoriale, altro sociale ecc…).

Il sintomo è proprio un conflitto tra il desiderio (inaccettabile alla coscienza) e la sua difesa. Questo conflitto riguarda sempre il rapporto tra il Soggetto e l’Altro: altro familiare, altro sociale, il rapporto con il proprio corpo. C’è effetto terapeutico quando il soggetto sarà in grado di effettuare una rilettura della propria storia, quando trasformerà in modo originale e creativo il sintomo che lo faceva soffrire.

La Scuola in questione, quindi, ritiene di primaria importanza il lavoro sulle emozioni profonde, che sono ritenute alla base delle principali spinte motivazionali (per cui anche nel costruire o smontare un comportamento problematico) e l’attenzione ai costrutti e ai significati personali, che compongono i sistemi di valore; le neuroscienze, inoltre, sono considerate un’importante punto di confronto, tramite il quale comprendere meglio la natura umana, del nostro comportamento e delle nostre emozioni.

Il “sintomo” è considerato una modalità di espressione del proprio sistema cognitivo-emotivo e la terapia si pone come obiettivo la costruzione di un sé terapeutico, che permette alla persona di risultare “presente a se stessa”, ossia capace di essere terapeuta di se stessa.

 

 

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Note

[1] Carnevali R. (2003), L’immaginario e il diavolo. Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi, volume della collana Psicoterapie, FrancoAngeli, Milano, 2003; nuova edizione:in cofanetto con Scegliere la dipendenza,Arpanet, Milano, 2014.

[2] Napolitani D. (1987), Individualità e gruppalità, Boringhieri, Milano.

[3] Carnevali R. (2003), L’immaginario e il diavolo. Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi, cit., pp. 56-57 dell’edizione 2014.

[4] Pagliarani L., “La psicoanalisi come educazione all’est-etica”, in Etica ed estetica nella formazione, a cura di G.Varchetta, Quaderni di Ariele, Guerini e Associati, Milano, 1990, p. 163, nota.

[5] Carnevali R. (2003), L’immaginario e il diavolo. Prospettiva relazionale e setting gruppale in psicoanalisi, cit., pp. 131-132 dell’edizione 2014.

[6] Carnevali R. “L’analista in gruppo tra ‘diabolico’ e ‘simbolico’. Uso del setting gruppale in ambito istituzionale”, In Pensare il gruppo, cit.

[7] Bromberg P. (1996), “Standing on the space: the multiplicity of self and the psychoanalytic relationship”, in Contemporary Psychoanalysis.

[8] Kalsched D. (2013), Il trauma e l’anima, Moretti & Vitali, Bergamo.

[9] “La sofferenza spirituale […] si riferisce al modo individuale di ricercare ed esprimere significati […]. È […] inclusiva di questioni filosofiche, religiose, esistenziali”. C. Puchalski – EAPC task force.

[10] Questo concetto è molto vicino a ciò che R. Carnevali chiama “funzione diabolica dell’analista” (v. in Bibliografia: Carnevali R., L’immaginario e il diavolo.)

[11] V. Kelly G. A. (1955), The psychology of Personal Constructs, Norton, New York; tr. it. La psicologia dei costrutti personali, Raffaello Cortina, Milano, 2004.